ORQUESTA DEL DESIERTO – Dos

Mamma mia gente! Questo nuovo album degli Orquesta del Desierto è di gran lunga migliore rispetto al precedente. Suono più raffinato, e composizioni molto più mature. Se vi è piaciuto l’esordio non esitate a fare vostro questo secondo capolavoro.
Detto questo, la recensione parrebbe chiusa, ma entrando nel merito di “Dos” ci accorgiamo canzone dopo canzone delle qualità che riesce ad esprimere. Certo, questo disco non è per tutti. Esce un po’ fuori dai canoni tipici dello stoner rock. Essenzialmente sono presenti una vasta gamma di strumenti acustici e anche le sonorità si rifanno ad un folk rock con tratti di ritmiche latine ed elementi di psichedelia californiana. Insomma, assolutamente distinguibile!

“Dos” si apre con “Life without color”. Cinque dei brani presenti in quest’album erano stati recensiti alcuni mesi fa nel promo che ci era stato inviato. Uno di questi era proprio l’opener che già dalle prime note mostra una completezza di suoni di gran lunga superiore. La voce di Pete Stahl ricamata su un tappeto ritmico fatto anche di percussioni è assolutamente deliziosa.

“Summer” insieme alla conclusiva “Sleeping the dream” sono il vertice massimo di questo ottimo album. Atmosfere rilassate e avvolgenti, chitarre acustiche, piano e trombe per due perle di rara bellezza.

L’evidente maestria dei musicisti che vi suonano cola ad agni nota. Del resto credo che la capicità di gente del calibro di Marione Lalli, Dandy Brown e Pete Stahl sia indiscutibile. Se a questo ci aggiungiamo strumentisti apparentemente sconosciuti ma che mostrano i cosìdetti attributi, capirete il perchè di questa mia esaltante recensione.

L’anima rock non viene mai dimenticata, sebbene le influenze siano infinite. “Above the big wide” ci riporta in mente i bucolici Led Zeppelin di “III”, mentre l’opera di Mario Lalli si evidenzia maggiormente in “El diablo un patrono”, che non avrebbe per nulla sfigurato in un album dei suoi Fatso Jetson.

“Quick to disperse” è il deserto! Le note di questo brano sono come la bianca sabbia del Joshua Tree californiano, la slide guitar come ‘Santana”, il caldo vento del sud California.

Questo disco è in assoluto una delle cose più belle che abbia sentito quest’anno. “Dos” evidenzia la bravura tecnica, l’originalità e il piacere di suonare che questi musicisti hanno da vendere in quantità smisurata. Il Rancho de la Luna è già diventato un simbolo della scena desertica. Propongo pellegrinaggi organizzati…

Peppe Perkele

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