ORQUESTA DEL DESIERTO – Five rough mixes

La “desert scene” ha sicuramente il grosso pregio di raccogliere un concentrato di artisti di indubbie qualità tecniche che spesso in maniera del tutto amichevole e trasversale crea i presupposti per la nascita di progetti artistici di rilievo. Una comunità musicale che ci sta regalando un’alchimia di suoni e stili sempre distinguibili in continua evoluzione e votata alla sperimentazione.
Gli Orquesta del Desierto non sono gli ultimi arrivati in questo importante fiume linfatico che sta attraversando il genere rock. Già autori di un ottimo debutto nel 2002 si accingono a riproporsi nei prossimi mesi autunnali con un sequel che si preannuncia di pregevole fattura.

Impegnati negli scorsi mesi, nella fase di registrazione nei pressi del mitico Rancho De La Luna, sito all’interno del Parco Nazionale di Joshua Tree in California, sotto la super visione di Steve Dandy Brown, nelle veci di produttore e strumentista, attualmente gli Orquesta del Desierto stanno ultimando la fase di mixaggio del nuovo album ancora senza titolo. Senza la carismatica presenza di Alfredo Hernandez alla batteria, sostituito degnamente dal duo Adam Maples e Pete Davidson, dai brani ascoltati in anteprima si può facilmente intuire quanta immensa sia la classe di strumentisti del calibro di Mario Lalli (chitarra – Fatso Jetson), Pete Stahl (voce – Wool, Goatsnake, earthlings?) e Mike Riley (chitarra) con Dandy Brown a giostrare in maniera estremamente versatile con basso, chitarra e organo. A completare la formazione Country Mark Engel alla chitarra, (l’ennesima per un sound acustico veramente avvolgente), Bill Barrett alla tromba e Tim Jones al piano.

Cinque i brani ricevuti in anteprima con l’opener “Summer” che ha tutte le carte in regola per essere un potenziale singolo dalle melodie dolci e coretti sospesi con un finale in forte crescendo acido. “Sky Cruiser” ha una possente vena desertica che ripropone la band su linee decisamente più psichedeliche, mentre “Life Without Color” marcia su ritmi latini con la presenza mai invadente della tromba. Il quarto brano “Someday” è forse quello che ha suscitato più dubbi. Di difficile interpretazione rimane comunque un gradino più indietro rispetto alle altre songs, per vena compositiva ed originalità. Nulla a che vedere con “Asleep At The Wheel” dove Pete Stahl mostra le sue armoniche vocali. Il brano rimane uno dei miei preferiti con una conclusione a base di piano e chitarra acustica degna di nota.

Il deserto è sempre più con noi!

Peppe Perkele

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