PARADISE LOST – Anatomy of Melancholy

Diciamolo subito: questo “The Anatomy of Melancholy” (disponibile sia in versione doppio CD che doppio DVD) è quanto di più superfluo (esagerando si potrebbe anche dire inutile) potesse essere pubblicato a nome Paradise Lost. Per due essenziali motivi: il primo è che la loro musica mal si presta ad essere suonata ed ascoltata on stage; il secondo è che dal vivo i Paradise Lost non sono mai stati fenomenali, soprattutto a livello scenico (sembrano 5 statue di marmo), ma anche esecutivo (Nick Holmes su tutti). Da questo secondo punto di vista, constatiamo invece con piacere che il gruppo appare in forma, con Gregor Mackintosch abilissimo nel suonare le sue gotiche linee chitarristiche che hanno fatto scuola.Pare che questo concerto (svoltosi al Koko Club di Londra il 12 aprile 2007) sia basato su una scaletta improntata su un contest via internet e le canzoni qui presenti siano state scelte in base alle richieste dei fan della band. Una cosa alla quale è difficile credere, poiché questo live presenta parecchi brani degli ultimi dischi a discapito di gemme del passato incredibilmente non presenti (come è possibile non poter ascoltare brani come “No Forgiveness”, “Joys of the Emptiness”, “Enchantment”, “Mercy”, “Illumination” e tanti altri ancora?). È quindi assai più probabile che il gruppo abbia deciso di dare vetrina a brani di dischi passati quasi nel dimenticatoio (“Symbol of Life”, “Paradise Lost”). Ovviamente dischi come “One Second” e “Host” (che decretarono il fallimento commerciale della band quando questa era all’apice del successo) sono appena sfiorati, ma la cosa buffa è che “So Much Is Lost” (opener di “Host”) risulti uno dei brani più riusciti ed interessanti del concerto, in questa versione più rock rispetto all’originale essenzialmente elettronica.
Per il resto, fa piacere vedere recuperati due brani storici come “Eternal” e, soprattutto, l’immortale “Gothic” (title track del più importante disco gothic metal di tutti i tempi), mentre all’opposto risulta anonima la presenza di “Red Shift”, “Once Solemn” e “Grey”. I classici ci sono poi tutti, a cominciare da “As I Die” (il loro primo ‘successo’), proseguendo con “Embers Fire”, “True Belief”, “One Second” ed altri ancora.
Il voto finale è una fredda media matematica fra la qualità della musica proposta e, come detto in apertura, l’inutilità della sua pubblicazione; un disco esclusivamente auto-celebrativo (magari imposto dall’etichetta decisa a sfruttare il successo dell’ultimo “In Requiem”), la cui punta di diamante è rappresenta da una meravigliosa versione di “Forever Failure” (puro lirismo gotico trasportato in musica). Ai fan del gruppo dovrebbe comunque bastare

Marco Cavallini

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