PLACE OF SKULLS – The Black is Never Far

Era dannatamente difficile per Griffin e compagni tornare sulle scene con un nuovo album dopo l’indiscusso capolavoro rappresentato da With Vision. Era difficile non solo per l’ovvia considerazione relativa ad una line up orfana fin dalle intenzioni di un songwriter e artista del calibro di Wino, ma lo era anche se si pensa alle varie vicissitudini che hanno segnato il cammino di questa band nel corso degli ultimi 3 anni. Cambi e ritorni in formazione, annunciati split per fortuna mai poi del tutto confermati, un ottimo EP quale Love Through Blood che ha visto la luce solo lo scorso anno pur contenendo brani scartati (termini orribile per definire il livello dei 4 pezzi in questione) dalle recording session del primo, acerbo ma quanto mai grandioso, full lenght d’esordio Nailed. Non c’è certamente miglior modo per scacciare le chiacchiere e i pettegolezzi sterili sullo status di una band quale quello di pubblicare un nuovo album assolutamente ineccepibile come è il caso di questo The Black is Never Far.Victor Griffin ha raccolto nuovamente tutte le sue energie e tutta la sua carica emozionale per dare vita ad un disco assolutamente unico e affascinante, una combinazione di gran classe di tutti gli elementi che hanno reso grande un’artista del suo calibro, a partire dai Pentagram (e anche prima) omaggiati qui con un rifacimento del classico “Relentless”, passando per le numerose esperienze e collaborazioni, progetti solisti e band affermate, di cui i Place of Skulls rappresentano la miglior incarnazione attuale dell’estro di un grande musicista come Griffin. The Black is Never Far è un disco, come sempre quando si parla del trio americano, intenso, struggente, a tratti commovente e dalla carica emotiva e sentimentale elevatissima, basta ascoltare una “Darkest Hour” o la title track per farsene un’idea. Al fianco di questo aspetto troviamo l’immediatezza, l’impatto e l’irruenza più rock/metal di una “We The Unrighteous” e di altri episodi più vicini alle origini, targate Death Row di Victor Griffin. La band al suo fianco è come sempre impeccabile, personale e presente soprattutto nella veste del più volte dimissionario Tim Tomaselli alla batteria, secondo volto di questa incredibile formazione capace di rendere ancora più unico e personale ogni episodio di questo lavoro. Un’atmosfera oscura e irresistibile percorre questo terzo capitolo sulla lunga distanza dei Place Of Skulls, un pathos morboso frutto di un songwriting sentito, ragionato e spesso innovativo, in cui ogni pezzo si sussegue, spesso intermezzato da brevi stacchi strumentali, con naturalezza e sinuosità, in un percorso meditativo e introspettivo che ogni amante del doom più genuino e di questa band potrà presto far suo. Nella speranza che una fine, più volte purtroppo annunciata, possa essere quanto mai lontana…

Witchfinder

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