POLLEN, THE – The Pollen

In ambito musicale Minneapolis è usualmente ricordata come patria di Prince (o come diavolo si fa chiamare ultimamente…), tendendo così ad appiattire una realtà sonora su un suo unico rappresentante (per altro molto sgradito al sottoscritto…). Con grande sorpresa sbucano invece dalla stessa città statunitense questi The Pollen, che con un dischetto di sette pezzi piazzano come opera prima un debutto intrigante e davvero roccioso. Il genere proposto è uno stoner garage rock ricco di reminiscenze punk, che unisce alla perfezione le due anime della band in un miscuglio esplosivo che sin dalle prime note sprigiona una carica notevole. La voce del singer Paddy è roca e possente, risultando l’ingrediente più piccante dell’intero cocktail. Non per questo i restanti membri rimangono in ombra: le chitarre di Jesse donano un tocco seventies e grezzo che non guasta mai, la sezione ritmica (Tana al basso e Nate alla batteria) macina senza sosta dosi letali di energia pura.
Le diverse componenti del Pollen sound sono riconoscibili immediatamente sin dal primo ascolto: brani come l’iniziale “Boy and girl”, la frenetica “Pinball” e l’anthemica “Cheat ‘em” grondano feedback malsani e violenza sonica mai fine a stessa. Il loro obiettivo dichiarato è divertire e farsi apprezzare senza troppi patemi, forti di un misto di punk, garage rock e atmosfere psychotiche che richiamano alla mente tanto i Mudhoney quanto i Maggots, in un’orgia di suoni distorti e melodie appiccicose che rasenta la perfezione.

Ma il talento di questi quattro folli esce totalmente allo scoperto nelle restanti tracce, dove propongono dei concentrati di stoner rock gravidi di fuzz guitars e ritmiche pulsanti come il motore di una fiammante Cadillac…esemplare al proposito è la meravigliosa “Smoke machine”, brano che ricorda i Nebula per la sua montagna di riff e wah-wah, ma che al tempo stesso evidenzia una personalità già forte e matura (lo dimostra lo stacco finale in pieno stile psichedelico…). Sulla stessa scia si posizionano altri momenti magici come “Rubbenchux”, fitta trama di fuzz rock strumentale e cavalcate ipnotiche, impreziosita dal lavoro travolgente di Nate dietro le pelli, e “Upside down”, episodio diviso tra Led Zeppelin, Detroit sound (MC5 e Stooges per intederci…) e Kyuss…una mistura così trascinante da lasciare senza fiato!

Per concludere, non poteva mancare il tocco di genio finale: “Company” infatti racchiude in sé le due componenti del gruppo, quella punk garage e quella heavy psych, in una sintesi travolgente e scomposta, due minuti secchi e concisi ma talmente densi da sembrare infiniti…

Altra ottima scoperta da parte della Maduro Records (grande Jeff!), che ancora una volta ci sorprende con una band praticamente sconosciuta ma che segna uno dei migliori esordi dell’anno. Gran colpo da maestri…e pensare che è giunto proprio allo scadere del 2002!

Alessandro Zoppo

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