SIX ORGANS OF ADMITTANCE – Asleep on the Floodplain

L’aria languida, dislocata, quasi oziosa di Ben Chasny non riflette molto la sua dedizione verso i Six Organs of Admittance (divenuti testimonianza della sua vita), i quali infatti abbastanza sommessamente e senza pompa compaiono dopo brevi anni da “Luminous Night”, facendosi posto tra le uscite discografiche più emblematiche dell’ultimo periodo come “Angels of Darkness, Demons of Light I” degli Earth o, ancora più nel vicino, all’imminente disco dei Current 93 del suo amico David Tibet.Tutte le strade portano a Tibet si potrebbe dire, dimostrato dalle numerose, anomale collaborazioni passate dei Current 93, quando da un certo punto in poi del loro percorso segnato dal folk acido i destini di vari musicisti provenienti da stili apparentemente autonomi si sono incrociati, influenzandosi reciprocamente fino a legarsi tra loro in quella che si può chiamare la “Sacra Triade”, composta da Current 93, Six Organs of Admittance e OM: la loro musica agisce in forme di spiritualità così uniche, così autentiche da trovare altrimenti espresse nella musica contemporanea, al di là dei generi.
Dunque Chasny, per via dell’amore che nutriva nei confronti di un disco come “The Inmost Light” venne in contatto con Tibet e, probabilmente per un’ammirazione reciproca del lavoro altrui fu chiamato in causa per contribuire, tra i tanti ospiti di estrazione diversa, a portare alla luce le visioni gnostiche di “Black Ships Ate the Sky” e del successivo “Aleph… “, disco dove Tibet, forte dell’esperienza con Cisneros nel precedente split “Inerrant Rays of Infallible Sun”, ne fu profondamente influenzato: un album dove lo spettro elettrico doom possiede i Current 93.
Tornando a “Asleep on the Floodplain”, uno dei lasciti sonori per i quali i Six Organs of Admittance hanno forse raggiunto la totalità espressiva e colto bagliori di eternità si trova racchiuso nella graduale crescita di droni e rumorismo ambient in “River of Transfiguration”, che si ingigantiva fino a rompere ogni argine e annegare il fantasma della coscienza (in cui figura, non per casualità, Cisneros): quando la musica diventa mezzo d’introspezione più di ogni altra esperienza, atto di purificazione, medium che mette in comunicazione con gli aspetti più lontani e difficilmente raggiungibili della psiche e, inevitabilmente, porta ad una trasformazione colui che è immerso nell’ascolto.
Quest’ultimo lavoro è ancora una volta il respiro che vive nel songwriting di Chasny il quale, fra semplicità e rispetto della tradizione folk-fingerpicking e ferite più profonde aperte dalla sperimentazione, si colloca nella dimensione dove il tempo scorre e ciclicamente si cristallizza. Questo non significa che gli episodi acustici più legati alla forma tradizionale, anche se forse più prevedibili, siano superflui, perchè in questo caso non potrebbe sussistere nemmeno la necessità di dilatare, slegare dal vincolo terreno le canzoni dalla diversa impronta, che neanche potrebbero esistere.
Una condizione molto importante per la musica dei Six Organs of Admittance, e alla quale non si potrebbe dare molto peso, è quella di vivere i dischi nei loro contrasti e nei momenti opposti della giornata (dell’esistenza) comprendendo che, così come nella natura, la verità a cui si protende l’artista si attiene a leggi simili, come l’immutabile cambiamento delle stagioni (l’accettazione di questo principio era già sintetizzata nella traccia finale di “For Octavio Paz”). Trovare quindi quali siano le migliori canzoni (o meglio dire squarci, visto che sono più impressioni fugaci di un momento) è una questione puramente soggettiva, ma è da inaspettate voragini come “Brilliant Blue Sea Between Us” che si capisce la predisposizione di Chasny a sondare il suo passato: le onde riportano echi di esistenza sommersa, dove l’armonium di “Sleep Has His House” dei C-93 si reincarna in “Asleep on the Floodplain”, dando al pezzo la struggenza cosmica.
Ma è in “S/Word and Leviathan” dove Chasny si cala per intero nelle profondità dell’abisso, e il misticismo meditativo viene interamente a galla: un raga che può riportare la mente a “Crooked Axis for a String Quartet” degli Earth. Negli oltre dodici minuti micro-cosmici della traccia, uno degli zenith della intera musica di Chasny, è intrappolato il raccolto di una vita.
O my Son, yester Eve came the Spirit upon me that I also should eat the Grass of the Arabians, and by Virtue of the Bewitchment thereof behold that which might be appointed for the Enlightenment of mine Eyes. Now then of this may I not speak, seeing that it involveth the Mystery of the Transcending of Time, so that in One Hour of our Terrestial Measure did I gather the Harvest of an Aeon, and in Ten Lives I could not declare it. (Aleister Crowley, “De herba sanctissima arabica”).

Neon Born

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