SLOATH – Sloath

Terre aride e pareti rocciose. Nessuna oasi nei paraggi ed un senso costante d’infinito sullo sfondo. La front cover minimale di questo album parla chiaro e non rifugia alcun dubbio sulla proposta sonora del quintetto inglese Sloath, al debutto sulla lunga distanza.Un doom iper slabbrato ed asfissiante che si dipana in tre tracce dal peso specifico elevato. I tratti distintivi sono: sovradosaggio da saturazione. Ampli portati al limite umano della distorsione. Vocalizzi isolati, sottesi in tormente rock desertiche, e ciclicità stoner-psychedelica a velocità ridotta, mantenendo comunque un certo dinamismo tra un pezzo e l’altro.
L’iter sonoro degli Sloath si sviluppa attorno a riff minimali di chitarra di “Earthiana” memoria (“Hex” per intenderci), stuprati a loro volta da dilatazioni a la Teeth of Lions Rule the Divine per un trip acido non indifferente, che vede nella conclusiva, infinita, “Please Maintain” il proprio vessillo stilistico (con aggiunta, nella parte centrale, di soluzioni “post”).
Lungi dal definire questo albo originale e/o ricercato, ma 40 minuti e passa di puro stordimento “low pitch” di questo genere e fattura sono merce rara oggi giorno.
Voi “stonati”, concedetevi un giro.

Damiano Rizzo

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