SOUL OF THE CAVE – Asphalt

Immaginate un gruppo che riesce a fondere in un composito corpus sonico l’alternative degli ultimi 15 anni (quello che hanno contribuito a rinnovare gruppi come i Qotsa, i Mars Volta e in precedenza Porno For Pyros e Smashing Pumpkins prima del loro restauro estetico), certo prog-crossover raffinato e multidirezionale (su tutti King’s X, ma pure le venature funky di Primus, Bad Brains e Living Colour), il noise rock degli eighties dalle controllate dissonanze punk-metal (dai Voivod ai Fugazi fino ai Sonic Youth), a cui vanno aggiunti consolidati archetipi grunge e non ultime piccole schegge di cervellotico (ma senza eccessi sperimentali) rock zappiano: ebbene state ascoltando il primo full-lenght dei Soul Of The Cave, che ci propongono un riuscito assalto all’arma bianca dotato di tecnica e fantasia, tra riff spericolati e mai troppo grassi, e che non smarrisce quel filo compositivo necessario in questi casi per risultare credibile entro un percorso definito e unitario. Rock moderno per dirla breve, ma nell’accezione di un ‘genere’ mutevole per antonomasia, eseguito con maturità e quel piglio focoso tipico di chi vuole raggiungere i propri obiettivi prestando attenzione alle evoluzioni musicali in continuo divenire.Energicamente ritmata, tutta basata sul contrasto tra caldi, durissimi riff stoner/crossover e continui sbalzi strumentali (sia funky che più propriamente rock-oriented) è la degna tempesta iniziale di “Toy” (e in seguito di “Turn To Dust”), ma un effetto ancora migliore lo offre la title-track: un epico hard tra Mars Volta, Qotsa e Fugazi, condita di tentazioni groove metal e desert rock!
La carne al fuoco è molta, ma i Soul Of The Cave macinano questi ingredienti per servire un piatto bollente amalgamato dalla loro personalità, e la spiccata capacità di sintesi è l’arma vincente del quartetto, che punta sulla scaltrezza senza indugiare in citazionismi che troppo spesso sviliscono album di questo tipo.
Niente male le varie “Money Game” (tra Red Hot Chili Peppers, System of Down e Monster Magnet), “Dead Dogs”, “Sensless” e “Girl”, brani dall’impianto tipicamente rock che godono di innesti nu-metal e melodie cyber voivodiane, vicini in gran parte al versante psych dei suoni alternativi.
“Alien On Faces”insiste in quei territori che ibridano modernità e vecchio hard d’annata, una strada che i SOTC potrebbero fruttuosamente intraprendere in futuro, e riusciti sono pure i due episodi cantati in lingua madre, “Piove” e “Cloro”: la prima un bel rock sofferto dalle tinte grigiastre, la seconda complessa e ipnotica, con ottimi refrain psicotici, che non disdegna aperture progressive, jazz e noisy. “L’apice per il sottoscritto (e suppongo per queste pagine) è però raggiunto con la conclusiva “Yellow Glue”: fasi dadaiste indie lasciano spazio a melodiche, immaginifiche sferzate acid/space rock, che percolano serpeggiando tra le crepe bituminose di questo “Asphalt”.
Non meravigliano i consensi di critica che i SOTC stanno riscuotendo, se potete fate subito vostro questo cd, un altro importante tassello del nostro underground.

Roberto Mattei

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