SPACE PARANOIDS – The Eternal Rambler

“The Eternal Rambler” inizia con un canto sciamanico degno di Jim Morrison, che vuole evocare gli dei che abitano la montagna. Dopo il riuscito “Under the King of Stone” (condivisibile l’attrazione che provano questi ragazzi di Mondovì per i giganti rocciosi dietro di loro, tanto da definire il loro stile mountain stoner!), gli Space Paranoids tornano sul luogo del delitto con un nuovo album ricco di pathos e belle canzoni. Sebbene l’urgenza espressiva si sia fatta incalzante e i pezzi non durino più di due/tre minuti, le cose migliori si avvertono quando il THC fa il suo effetto. “Shaman Horse Drum” allunga il minutaggio oltre i 6 minuti e Simone e Andrea (voce e chitarra) tessono una ragnatela armonica finissima. Lo stesso vale per “Galaverna” e “Upon the King of Stone”, dove la sabbia del deserto s’insinua negli arpeggi della sei corde in perfetto stile Gary Arce.
Questo non vuol dire che quando si preme sull’acceleratore i risultati non arrivino, anzi. “Green Ride”, “Boletus Satanas” (il porcino non commestibile, per chi non è pratico di attraversate nel sottobosco), “Heretical Rambler” e “Post Avalanche Avenue” (stupenda e riuscita la sorpresa del trombone) riportano alla mente la meglio gioventù di Slo Burn, Truckfighters, Orange Goblin, 7 Zuma 7 e tutta quella pletora di band degne di portare alta la bandiera dello stoner post kyussiano. Ma liquidare gli Space Paranoids come meri epigoni del quartetto di Palm Springs sarebbe, però, riduttivo: in loro abita l’urgente desiderio di fare della musica una linfa vitale. Prima per l’anima, poi per le orecchie. I don’t know where I will go / I only know where I belong on the Alps of the sea there’s a place waiting for me.

Eugenio Di Giacomantonio