SPACE PARANOIDS – Under the King of Stone

È un discorso che parla ai quattro elementi quello intrapreso dagli Space Paranoids nel loro “Under the King of Stone”, meglio esplicitato nella foto interna del CD che descrive il «(…) rituale tributo alle aspre terre montane che ci circondano, picchi innevati, boschi impenetrabili, laghi cristallini, civiltà dimenticate.» Dell’Acqua (o flegma) è “Electric Rotor Crossroad”, una scimanica ripetizione circolare che cerca nel continuo pronunciamento del ritornello una natura fluida e scivolosa. Come la bellissima “Dead Monk Mouth” che parte come un fiume in piena e finisce stemperandosi in ruscelli da paesaggio arcadico, gli stessi che troviamo in “Ordesa Sky Hunters”, in chiusura del lotto, ottimo pezzo dall’armonia cristallina e dai bellissimi passaggi melodici.All’Aria (o sangue) appartengono la title track in apertura del disco che rincorre i Natas sullo stesso orizzonte desertico e “Black Salamander” che vede entrare una chitarra psych wah wah a destabilizzare il soffice tappeto jam blues. Cream e Pink Floyd saturati e buttati, appunto, all’aria. Dalla Terra (o bile nera) crescono i neri germogli di “Blind Cyrus” che con un ritmo stomp Seventies riporta alle mente i duelli riff vs vocals della migliore stagione hard prog. Ospite all’hammond Tommaso Fia che cerca di ammaliare con dolcezza il lamento della chitarra solista. “Goblin Called Haze” cerca il punto esatto dove le Frequenze del Decimo Pianeta si sono interrotte e le ritrova, attualizzandole.
Manca il Fuoco (o bile gialla), ma l’elemento risiede in ogni espressione degli Space Paranoids, donando al disco quella qualità densa come lava che è lottare e credere nei propri mezzi per portare a compimento un progetto bello come “Under the King of Stone”.

Eugenio Di Giacomantonio

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