SPARZANZA – Angels of vengeance

Con colpevole ritardo del sottoscritto mi giunge tra le mani a ormai due anni di distanza il disco di debutto degli svedesi Sparzanza, band formatasi nel 1996 e con all’attivo già uno split con i Superdice e alcune apparizioni in compilation varie, tra cui la mitica “Welcome to Meteorcity” e “The mighty desert rock avengers”. Questo “Angels of vengeance” è l’esordio di un gruppo che pur non proponendo assolutamente nulla di nuovo ci offre nove tracce di potente e melodico groovy heavy rock che se da una parte pesca a piene mani nel Kyuss style, dall’altra risente anche di influenze rock’n’ roll alla Hellacopters, di illuminazioni hard rock in stile Detroit sound (The Stooges su tutti…) e di spruzzate southern rock.
Ciò che colpisce fin dal primo ascolto sono le parti di chitarra di Calle e David, davvero ricche di groove e fuzz sia nei riff che negli assoli, e la sezione ritmica, sempre corposa e trascinante, formata da Anders alla batteria e Johan al basso. Purtroppo l’unico punto debole è la voce di Fredrik, che pur essendo roca e possente risente di una certa staticità che molto spesso la rende piatta e monocorde.

L’inizio del dischetto è tuttavia qualcosa di folgorante: l’iniziale “Velodrome home” e la successiva “Amanda” sono due gioielli che uniscono potenza vibrante, azzeccate melodie, alto tasso adrenalinico e una certa versatilità compositiva non indifferente. Allo stesso modo brani come “Crossroad kingdom” e “Coming home in a body bag” convincono in pieno pur ricalcando gli stilemi tipici dello stoner rock: la prima ha un refrain da brivido che rimane subito appiccicato nel cervello (in questo caso la voce di Fredrik ricorda addirittura quella di Danzig…), la seconda invece è caratterizzata da un andamento cadenzato che alterna parti dilatate e psichedeliche ad altre più tirate ed incisive, davvero ben miscelate. Menzione a parte merita anche una song decisamente particolare come “Logan’s run”, breve intermezzo zeppeliniano dove le chitarre si fanno liquide e fanno la loro comparsa delle percussioni che rendono il brano ancora più mellifluo.

In mezzo a tali picchi si situano invece degli episodi nella media, nulla di male, ovvio, ma nemmeno qualcosa di grandioso. Parliamo della veloce “The sundancer”, track dai riff al limite del metal, del classico stoner di “Black velvet sindrome” (presente sulla compilation “The mighty desert rock avengers”) e delle conclusive “The desert son” (dove gli stilemi del genere vengono riproposti fin troppo pedissequamente, persino nelle liriche stesse…) e “Silverbullet”, trascinante atto conclusivo (prima della ghost track presente in coda) di cui è presente anche il videoclip come traccia aggiunta al cd.

Gli Sparzanza si confermano dunque come una piacevole realtà nel panorama stoner odierno, certo, con una personalità ancora maggiore avrebbero potuto sfornare già un capolavoro come esordio, ma le prospettive ci sono tutte per sperare che ciò accada molto presto…

Alessandro Zoppo

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