STARCHILD – Starchild

Vengono da Waycross, in Georgia, gli Starchild e ci propongono un disco di debutto che rispetta tutti i crismi del doom psichedelico. Già noti negli ambienti underground per aver partecipato a svariate compilation (tra le altre il tributo ai Black Sabbath edito dalla Twin Earth Records), si confermano con questo album omonimo come una band rocciosa ed intelligente. Sia ben chiaro, gli Starchild non propongono nulla di così sconvolgente, ma il loro mood compositivo sa essere affascinante e soprattutto molto voluttuoso.
Complice anche l’artwork firmato Malleus (in vero abbastanza al di sotto della media rispetto ai loro lavori), l’atmosfera che si respira lungo i quaranta minuti di durata del cd è satura d’elettricità e molto rarefatta. Il doom dei tre (Richard chitarra e voce, Kenneth basso, Frank batteria) ha ben salde le proprie radici nel sound dei padri Black Sabbath ma è sempre capace di aprirsi in contaminazioni heavy psichedeliche che richiamano alla mente il feeling onirico e dannato di gente come Spirit Caravan, Naevus, Sleep e Cathedral. Le vocals sognanti di Richard sono un efficiente mezzo da contrapporre a ritmiche lente e compresse e ai passaggi di chitarra viscerali e corposi.

A dirla tutta però, il dischetto nella prima parte stenta a decollare: l’iniziale “The futurist” e la successiva “Wings” sono due song nella norma, abbastanza opache per non dire scialbe, doom che scalfisce ma non graffia. “Pearl” è un intermezzo acustico che serve ad introdurre “Freedom”, altro pezzo onesto ma nulla più.

Le cose cominciano a girare per il verso giusto quando si arriva alla traccia numero 5, “Eyes of fire”: doom lisergico da alterazione cerebrale, un capogiro che colpisce per la portata devastante del riff e l’efficacia degli assoli. Il passaggio psichedelico di “God shaped hole” apre poi la strada alla mastodontica “First dawn”, otto minuti di grande visionarietà musicale, un viaggio nei neuroni di un consumatore di LSD che si consuma tra urla strazianti, parti melodiche e dilatazioni jammate. A chiudere il trip ci pensa “Truth”, altro lungo macigno di psych doom d’annata che conferma la bontà della band alle prese con composizioni più lunghe ed articolate.

Facendo un media, se la prima parte del cd vale 5 e la seconda 7 gli Starchild raggiungono una piena sufficienza. Rivedendo qualcosa la loro prossima mossa potrebbe essere quella letale.

Alessandro Zoppo

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