STEAK – Disastronaught

Gli inglesi hanno un particolare modo di interpretare la musica heavy psych. Prendiamo gli Orange Goblin: la loro miscela di biker rock, hard blues e primitive metal genera un sound efficace e di difficile emulazione, anche se rimangono evidenti le fonti da cui si abbeverano. Da Londra arrivano gli Steak che si presentano con l’EP autoprodotto “Disastronaught” e portano nel loro Dna gli stessi segni caratteriali dei Goblins che, mescolati ad una produzione “svedese”, fanno della loro proposta, musica per organi caldi. Ma c’è dell’altro: un immaginario spaziale post apocalittico dove i protagonisti sono ridotti alla peggiore specie di umana decadenza. Pirati, assassini, approfittatori delle altrui disgrazie riempiono le storie di questo immaginario di decadi oscure.L’iniziale “The Butcher” presenta questo affettatore di carni alla ricerca di vittime designate. Le chitarre sono come stiletti e la voce slitta su pozze di sangue: una cosa alla Dozer impregnati di humor nero e violenza assassina. “Machine” e “Gore Whore” descrivono il percorso che parte da “Frequencies from Planet Ten” e naufraga in “Coup the Grace”: ovvero l’appassimento delle visioni colorate della psichedelia a favore di una sintesi virata verso l’aggressività senza remore. “Fall of Lazarus” allarga la proposta verso le corde espressive di Spirit Caravan e The Hidden Hand; i Pentagram che incontrano gli Unida, con una voce che punta dritto verso The Obsessed ma non dimentica la lezione di John Garcia e Ian Astbury: Wino non avrebbe potuto fare di meglio.
Il “Peyote” che gustiamo nel finale è quello delle morbidezze acustiche della doppia chitarra, un vero abbandono agli stati d’animo più riflessivi e rilassati. Un buon antipasto, non c’è che dire. I ragazzi credono in quello che fanno e curano nei dettagli ogni minima loro espressione artistica. Come la cover dal sapore Marvel che gioca con modelli tipici dei comics: altro segno di una visione più grande che una semplice raccolta di canzoni.

Eugenio Di Giacomantonio