STEREOCHRIST – Dead river blues

Budapest non è certo un luogo di culto per le sonorità hard & heavy come lo erano e lo sono tuttora zone splendenti del calibro di Seattle, Londra, New York o Los Angeles. Tuttavia l’Ungheria aveva già mostrato una certa predilezione per il doom più ossianico grazie ai fenomeni del sottobosco Mood e Wall Of Sleep e oggi si conferma territorio d’oscura elezione grazie al disco d’esordio degli Stereochrist.
Il loro “Dead river blues” è infatti un lavoro convincente, ben prodotto e realizzato, devoto non tanto al suono cupo e pessimista dei padri della musica del destino quanto alle variazioni sludge di Down, Crowbar e Acid Bath. In realtà rispetto a queste band i quattro (Péter alla voce, Kolos alla chitarra, Balàzs al basso e Tamàs alla batteria) accentuano una maggiore pulizia sonora, evidente nella registrazione cristallina che esalta la costruzione armonica dei brani e i ricami di chitarra e ritmiche. Questa ricerca melodica fa perdere un po’ in compattezza e varietà stilistica ma è ampiamente ripagata da canzoni ricche di pathos, brevi, secche e coinvolgenti. Non girano intorno all’argomento gli Stereochrist né perdono tempo in convenevoli, vanno subito al sodo sia quando si propongono di tirare botte da orbi (a tal proposito basta citare l’iniziale “Smack the sun” o la tellurica “All along the river”), sia quando giocano su melodie suadenti sempre azzeccate (meravigliose quelle che sorreggono l’impalcatura aggressiva di “Holosonic” e “Christ was an angry man”).

E così, tra riff giganteschi di marca Zakk Wylde e vocalizzi strazianti di ascendenza Phil Anselmo, trova posto anche una ballata lisergica come “Supersorrow”, capace di addolcire l’animo del più bruto degli sludge stoners. I quaranta minuti scarsi di “Dead river blues” scorrono via che è un piacere, giunti alla conclusione dell’ascolto viene automatico premere nuovamente play sul lettore. Segno di buona riuscita per un prodotto consigliato a tutti gli appassionati di queste sonorità e non solo.

Alessandro Zoppo