STONED JESUS – The Harvest

Non c’è due senza tre, ed ecco che l’eccentrico trio ucraino esce nuovamente allo scoperto con un nuovo full-lenght. Dopo “First Communion” (2010) e “Seven Thunders Roar” (2012) targati rispettivamente Solitude Production e Moon Records, l’ultimo album degli Stoned Jesus si avvale della produzione autoctona dell’etichetta ucraina Інша Музика (in traduzione: Altra Musica). Rispetto alle precedenti esperienze – più marcatemente “psichedeliche” e ricche di evidenti venature doom – questo disco mette in campo sonorità assai diverse, segnatamente più deboli e non del tutto equilibrate, anche al costo di deludere gli affezionati del genere. Già dalla prima traccia “Here Come the Robots” – uscita come singolo nel 2014 – si fa evidente lo “strappo” rispetto alla precedente stagione. I riff grezzi e veloci si tingono di inaspettate sfumature garage punk, seguite da una linea vocale a tratti piatta e ridondante, destinata a diventare quasi fastidiosa nel pezzo successivo, “Wound”.
Le cose cambiano notevolmente quando si arriva al minuto 6.32: l’attacco di “Rituals of the Sun” è una scarica di suoni lenti e ribassati che rimanda alla violenza apocalittica degli Electric Wizard o dei primi Witchcraft. Se l’inizio della traccia successiva, “YFS”, crea l’illusione di una continuità con il brano precedente, ecco che basta poco per restare delusi. Ancora una volta la linea vocale si dimostra inadeguata rispetto all’energico portato della strumentazione. A chiudere l’album troviamo, infine, due brani assai diversi tra loro: “Silkworm Confessions” – in cui si fa palese la discrepanza tra sonorità heavy rock poco controllate dal punto di vista vocale e tendenze stoner doom risalenti ai lavori precedenti – e “Black Church”, pezzo che, invece, avvalendosi di un sound acido e distorto, rappresenta una chiusa perfetta che riesce a far recuperare al disco alcuni punti in extremis.
Al di là del controcanto e del basso distorto che a tratti prende piacevolmente il sopravvento, risulta certamente d’impatto l’ingresso inaspettato delle tastiere: una marcia funebre si innalza imponente, per poi sfumare gradualmente nell’indistinto del silenzio. Tuttavia, al di là alcuni brillanti passaggi, nel complesso “The Harvest” non soddisfa: troppe le spaccature interne che impediscono all’insieme di risultare coeso e decisamente troppo fiacchi i brani più estesi, certamente non all’altezza degli album precedenti.

Valeria Eufemia