STÖNER KEBAB – Chapter Zero

La carne è ben cotta, non è certo agnello o montone, ma uno spiedo verticale a base di riff ad alto tasso di colesterolo, ritmiche asfissianti e volumi monolitici che le spezie psichedeliche addolciscono solo in parte. Il kebab è buono abbastanza, viene da Prato ed è condito di droga, ironia e divertimento, se si pensa che nasce dalle ceneri dei Gulu Locus. Giusto un filo di spessore in più (leggi durata del disco) e sarebbe il piatto dell’anno.A servirlo sono questi quattro ragazzacci che si dilettano con un stoner rock ultra heavy, come ci avevano abituato gli OJM di “Extended playing” e “Heavy”, appunto… Basta prendere i Kyuss e la loro maledetta ossessività heavy psych, abbinarli alle matasse di 7Zuma7 e Orange Goblin, aggiungere un pizzico di cattiveria metallica di stampo Helmet (o Unsane, o Kung Pao, fa lo stesso, l’importante è che ci sia del marciume…). Sembra facile ma non lo è affatto. Anche il puro cazzeggio ha un prezzo da pagare. Ma ad avercene di gruppi così.
“Cop song” è fuzz e psichedelia godereccia a tutto spiano, è la canzone che gli Orange Goblin non scrivono più dai tempi d’oro di “Frequencies from Planet Ten”. “Amazing Aurakaria” rilegge i Fu Manchu in chiave heavy blues, aggiungendo la giusta dose di ruvidità (soprattutto nelle vocals slabbrate). “The march of the yellow lizard” spacca timpani e cervello con il suo andamento mastodontico, cupo, lisergico. Sembra quasi che i Vortice Cremisi abbiano trovato un valido corrispettivo… Ma “Saint George” ci smentisce subito dopo con la sua slide assassina e una serie di riff e melodie a rapida presa. Degno antipasto prima della conclusiva “Stoner Kebab” (viscido stoner sludge che leva il fiato ed aumenta la fame) e della fantasiosa ghost track, improvvisazione psichedelica dal gran fascino.
No christians, no posers, no rockstars… We want more Stoner Kebab!

Alessandro Zoppo