STÖNER KEBAB – Simon

E con “Simon” sono quattro i tizzoni incandescenti eruttati dagli Stöner Kebab, band generalmente nota per appartenere al versante “estremo” dello sludge doom. In realtà oltre al verbo sabbathiano inacidito e brutalmente appesantito da scorie melmose, i nostri hanno sempre inoculato estranianti passaggi progressivi e psichedelici estratti dalle primitive sonorità lisergiche di seconda metà anni Sessanta, tanto da risultare stimolanti all’ascolto anche a chi non è per forza rassegnato al puro massacro sonoro. Va detto ovviamente che nel gruppo è viva un’anima moderna che racchiude alienate esperienze noisy, però la sintesi operata mostra un’abile conoscenza della materia trattata, e questo permette di assaporare una proposta bilanciata e ben riconoscibile. L’album è una delle varianti del concept su un ipotetico messia guidato da Lucifero in un onirico viaggio all’interno della mente umana, il cui scopo è quello di accendere gli istinti reconditi che albergano nei singoli individui. Un tema forse tipico di certa iconografia di genere se vogliamo, ma che l’abilità e la bravura degli Stöner Kebab riesce a rendere credibile e interessante.
La prima “Saint Lucy” è esemplificativa in tal senso, tra fasi sospese, riff mastodontici, nere cavalcate e vocals sfuggenti che danno un senso di derealizzazione ‘tangibile’ e concreta. Quali che siano le intenzioni del quartetto toscano, il tutto gira a pieni giri senza frammentazioni di sorta, come dimostrano “Mad Donna”, malefico brano d’assalto intelligente e creativo, e “My Cold Jackson”, abilmente giocata su diabolici contrasti atmosferici. Il sitar che apre la lunga “Sex Sex Sex” non tradisce i presagi di un brano buio e rabbrividente, che però dopo qualche minuto subisce una melodica metamorfosi occult-prog, per poi essere nuovamente squarciato da riff stordenti, in un’ottima sovrapposizione. “New Evil Through Evil” è un altro strutturato killer che penetra le carni del malcapitato posseduto di turno, mentre probabilmente l’apocalisse demoniaca si sublima nelle note senza ritorno di “The Monster”.

Roberto Mattei