Stöner Kebab – Super Doom

«Sono i Black Sabbath, Super Doom. Un piccolo souvenir del tuo pianeta natale. Non ho badato a spese per farti sentire a casa tua!». Attenzione, sta per arrivare in città un nuovo supereroe. È Super Doom, l’aitante e baldanzosa maschera che cela la vera identità degli Stöner Kebab.

Con un nome così, era inevitabile arrivare al terzo disco con un titolo, una copertina ed un immaginario del genere. Dopo “Chapter Zero” (2005) e “Imber Vulgi” (2007), il gruppo toscano tira fuori dall’armadio il vestito da sera di Jor-El e ci consegna un disco che è un’autentica goduria per chi mastica doom e psichedelia heavy.

In queste sette folli tracce c’è dentro di tutto: i riff nero catrame dei Black Sabbath; l’hard psych come gli anni 70 hanno insegnato; deviazioni progressive (di senso); il blues da bettola che flirta con il ‘nuovo’ metallo. Complici gli azzeccati inserti di synth e armonica, “Super Doom” sviscera malvagità e groove da tutti i solchi.

La vecchia foresta si spalanca con “Tom Bombadil”, macigno che fonde metal, blues e stregoni elettrici. “Viverna” apre le sue possenti ali per volare verso quelle terre scoperte da Mastodon e Baroness, “Iron Tyrant” fa invece della strategia cibernetica il suo valore aggiunto. Parlano italiano le bellissime “Astronavi domani” (inutile specificare di cosa sia la cover) e “Ibuki”, extreme heavy southern lento e congelato come un ralenti di Sam Peckinpah.

“New Church” è stoner assatanato ed evocativo che prepara all’assalto della conclusiva title track. Dieci minuti nei quali sviscerare il connubio perfetto di doom e psichedelia, riff laceranti e sitar cosmici, Clark Kent e Lex Luthor.

«Gradisce un bicchiere di Vinum Sabbathi?». «Certamente. Bevo sempre quando volo».

 

Alessandro Zoppo