Stranger in My Town – Vol. I

Lo straniero nella mia città ha il passo lento e lo sguardo torvo. Mosso da strane pulsioni, ha la testa piena di viaggi strumentali al termine dell’universo conosciuto. Allan, Isacco, Marco ed Enrico lo muovono con i fili del tocco di classe e dello schiaffo in faccia. Un po’ come si fa con i cagnacci indisciplinati.

“Vol. I” è il primo disco autoprodotto dagli Stranger in My Town nel settembre 2016 dopo due anni di gavetta, concerti e sacrifici. Miscela sapientemente l’amore che hanno i nostri verso il desert sound psichedelico alla maniera di Brant Bjork, Colour Haze e Causa Sui, con un approccio hard post Kyuss. Anche se qui abbiamo alcune robustezze heavy alla maniera dei Pelican di “Australasia”, come nell’iniziale “Cicada”.

Il tocco che fa la differenza è quello della chitarra solista di Allan: un guitar hero che non cerca il funambolismo a tutti i costi ma che vuole riscaldare l’audience con il cosiddetto tocco soulful. Non che il resto della band sia da meno, sia chiaro, ma quando la musica ha quella sospensione tipica per dare spazio alla parte melodica della solista si sviluppa una piccola magia (“Terra”).

C’è anche una gradita sorpresa cantata, grazie all’ospite d’onore Matteo Perego che presta le sue lyrics e la sua ugola a “Dry Eye”, ma non ci allontaniamo tanto dai pezzi che abbiamo sentito finora, segno questo di una identità molto ben definita. Ma se volete sentire il brano dovete andare sulla pagina Bandcamp della band, perché nel disco ufficiale c’è solo, inspiegabilmente, la versione strumentale.

Una buona band con ottime soluzioni strumentali che segna il suo percorso in maniera originale e compiuta. Questo è il focus attorno al quale ruota il concetto Stranger in My Town.

Stranger in My Town

Stranger in My Town

 

Eugenio Di Giacomantonio