TAME IMPALA – Innerspeaker

I Tame Impala sono una nuova “sensazione” nel mondo dell’alternative rock proveniente da Perth. Dopo l’ep di esordio del 2009, i tre giovani australiani hanno compiuto notevoli passi da gigante sia per quanto riguarda la produzione, che per la scrittura ed ovviamente la personalità, fattore non di poco conto ai giorni nostri.Se nel precedente disco i paragoni con Cream, Pink Fairies, Pretty Things erano piuttosto ingombranti, il gruppo, pur mantenendo certe reminiscenze hard blues, si è spostato verso una forma di psichedelia di stampo britannico, abbracciando lo spazio temporale che va dai primissimi anni Novanta (e forse anche qualcosa prima) fino al nostro decennio. Ecco allora plasmarsi questo “Innerspeaker”, un lavoro di tutto rispetto che sa essere delicato ma anche intenso, deviato ma altresì ispirato e non di meno coinvolgente.
Gli undici brani che lo compongono (più la bonus track “Island Walking”) non sfuggono però alla tradizione dei Beatles (impressionante la timbrica vocale di Kevin Parker che rammenta John Lennon) e Pink Floyd (soprattutto nella sperimentale “Runaway, Houses, City, Clouds”). Ma c’è dell’altro, tanto altro a rendere il tutto così variopinto ed eterogeneo: si ascoltino ad esempio i rimandi shoegaze in classico stile Ride di “It Is Not Meant to Be” o la contagiosa “Solitude Is Bliss”, dove la melodia beatlesiana si scontra con la moderna rilettura psichedelica di gruppi quali Stone Roses e Charlatans.
Ovviamente non mancano i chitarroni di chiara matrice hard (“The Bold Arrow of Time”, debitrice di Blue Cheer e The Stooges) mentre la trascinante “I Don’t Really Mind” – quasi un tributo al rock dei Kinks – declina la conclusione dell’album in maniera davvero convincente.
Che sia proprio questa la psichedelia del nuovo millennio?

Cristiano Roversi

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