THE GOLDEN GRASS + KILLER BOOGIE + WILD EYES + BANQUET – 4 Way Split #2

Four of a kind. Un bel poker d’assi per l’heavy psych. Gabriele Fiori, deux ex machina della Heavy Psych Sounds Records, ha pensato bene di dare un’occhiata nel continente americano per scoprire quali nuovi gruppi stessero masticando il verbo e ha riunito tre band, tutte edite con album veri e propri dalla stessa etichetta ad eccezione dei Golden Grass, sotto un bel double album a cui ci ha aggiunto i suoi Killer Boogie.
Il piatto si apre con la prima facciata dedicata ai Golden Grass, formazione che vede dietro le pelli Adam Otracina ed è tutto un fiorire di hard/glam rock come non se ne sentiva da tempo. Vengono alla mente Gran Funk Railroad, Kiss, Budgie e tutta una pletora di fenomeni pronti a divertirsi all night long sentendo quegli uh-uh-uh! nei coretti e quei riff secchi come rossetti marci. Ottimi e scanzonati: menzione speciale per l’ultima canzone del tris, “Hot Smoke & Sasafrass”, in cui spunta fuori un’azzeccatissimo flauto. Girando il lato ecco i Killer Boogie, power trio molto più diretto dell’altra band di Gabriele, i Black Rainbows, a cui sono stati sottratte le oscillazioni space a favore di un’iniezione proteinica di Seventies hard. I pezzi risultano più concentrati e tirati: lo stile chitarristico emerge con prepotenza, soprattutto nei solos, acidi e fuzzati. La band ha macinato tanti concerti e i tre brani sembrano proprio come un bootleg dei Blue Cheer, quando ancora si calavano l’acido.
Con i Wild Eyes siamo di fronte ad un totem. La band più bella, riuscita e ruspante di blues psych rock che possiate trovare oggi in circolazione, al pari dei compagni europei Blues Pills. Ma qui c’è una foga maggiore. “Long Time No See”, “Gator Shaker” e “Hot Sand” sono tre gemme che ridefiniscono il genere dalle fondamenta, rendendolo attuale. Sarà per la potente voce di Janiece Gonzalez che carica i pezzi di fuoco, sarà per la chitarra di Chris Corona, semplice eppur geniale, o per la sezione ritmica che vede presente un certo Carson Binks, principe delle migliori band heavy blues da un decennio a questa parte (Dzjenghis Khan e Parchman Farm), ma il quartetto non sbaglia un pezzo. Recuperate gli album: è un ordine! Gli ultimi del poker sono i giovani Banquet, da San Francisco, California. Loro si giocano la carta della cafonaggine (ci piace!) e i loro tre pezzi sono irrobustiti da chitarre metal. Non ovviamente quello dei Sepultura o dei Manowar, bensì certo primissimo heavy metal dei Settanta di band come Judas Priest, Saxon e UFO, dove l’hard si andava ispessendo, le chitarre si sdoppiavano e le voci iniziavano a tendere verso l’alto. I primi due brani superano i cinque minuti e vivono di movimenti complessi seppur godibilissimi; la finale “Runnin by Baby Huey”, invece, allenta la corsa e si stampa nella memoria con un giro di puro hard americano.
Per chi conosce i quattro gruppi in questione, questo split si presenta come un gradito e importante approfondimento, anche perché i pezzi sono tutti inediti. Per gli altri, risulta essere una deliziosa introduzione sullo stato attuale dell’heavy psych a cavallo tra i due continenti.

Eugenio Di Giacomantonio

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