THE WHIRLINGS – Beyond the Eyelids

Al di là delle palpebre troviamo quattro ragazzi in gamba. Andrea, Mattia, Diego e Giulio sono partiti da una città controversa come L’Aquila, per storia e fortuna, e sono arrivati nelle orecchie di appassionati heavy psych di tutto i mondo. La musica di The Whirlings riflette in pieno l’orizzonte della terra da cui provengono, un kò de mondo interiore più che una linea al di qua del mare. Un centro della terra per tanti versi. Con il secondo lavoro “Beyond the Eyelids” sono riusciti a mettere a fuoco maggiormente quello che nel precedente omonimo EP viveva di equilibri precari. L’accostamento di certo post rock evoluto e riff gonfi di seventies pathos ora non sono più solamente uno accanto all’altro ma si contaminano di reciproci caratteri. Anche all’interno di uno stesso pezzo. Anche nello sviluppo coerente dell’intero lavoro. Iniziamo subito con qualche novità: la slide guitar assassina di “Calaca”. Ansiogena e ammaliante come veleno. Si mette di traverso in un pattern di chitarre di natura perfettamente desert ad accaldare maggiormente l’idea motorik del pezzo. A ruota l’omaggio pinkfloydiano di “Lagrange Points” ammorbidisce con tocchi delicatissimi (tramortiti sul finale da un basso fetente) che introducono il seguito dolcissimo di “Rosebud”. Qui succede qualcosa. Alcuni indizi ce lo avevano fatto presumere. Ora è evidente: i nostri stanno lavorando sui pieni e sui vuoti, sugli stop & go e sui contrasti. Fanno lo stesso campionato del Sig. Gian Spalluto (nome dietro al quale si cela il progetto Australasia, recensito qui in altri tempi) ma cambiano le sorti del gioco. Dove là regna un’idea ambient/post, qui c’è uno sviluppo hard/psichedelico. Ambedue progetti con un appeal fortemente cinematografico. Ambedue strumentali (tranne che per qualche episodio di Australasia).
Affascinante come le migliori espressioni della musica italiana underground di oggi passino attraverso l’assenza di lyrics. Come a voler dimostrare che se c’è voglia di esprimersi, la lingua può non essere propedeutica. Ce lo dimostra in pieno la conclusiva “The Bees Are Dying”, sorta di introspezione al miele, per accoratezza e profondità, e riflessione sui possibili scenari che ci attendono. Tutto solo con l’aiuto della sola musica, of course.

Eugenio Di Giacomantonio

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