TIA CARRERA – Cosmic Priestess

C’è chi pensa a Relic Hunter, chi a discinte pornodive. La realtà è che nella testa di chi ascolta buona musica il nome Tia Carrera si associa a tre pazzi texani che suonano con il santino di Jimi Hendrix appiccicato a montagne di amplificatori. “Cosmic Priestess” è il secondo disco uscito su Small Stone dopo “The Quintessence” (2009). Erik Conn (batteria), Jamey Simms (basso) e Jason Morales (chitarra) fanno le cose per bene e ci gettano addosso quattro psycho jam ‘monstre’ per la durata complessiva di un’ora. Niente da fare, chi pensa che la modernità abbia preso possesso anche della musica lasci stare questo disco. Chi invece crede che il meglio del pop e del rock si sia espresso tra il 1966 ed il 1973 assapori questo album dalla prima all’ultima nota.Jam strumentali si diceva. È necessario specificare che oltre ad essere tali sono furiose e cosmiche. I riff e i soli assatanati di chitarra scorrono via che è un piacere, le trame di basso dialogano a meraviglia con un drumming preciso ed estroso. C’è il piacere dell’improvvisazione e la gioia di lasciarsi andare. Per un trip senza ritorno. Grandissimi Tia Carrera, capaci di accendere la miccia con la corrosiva “Slave Cylinder”, apoteosi di wah wah e scappatoie sorprendenti, tra Earthless e Atomic Bitchwax. Intelligenti quando con “Sand, Stone and Pearl” aggiungono un piano Fender Rhodes liquido per tratteggiare magiche atmosfere lisergiche; estremi in tutto e per tutto quando si tratta di pestare sull’acceleratore e vengono fuori i 33 minuti del colosso heavy psych “Saturn Missile Battery”. Goduriosi infine con “A Wolf in Wolf’s Clothing”, ritmo danzereccio e groove sudato che scuoterebbe anche il peggiore degli zombie.
Riuscire a racchiudere l’esperienza improvvisa e mutevole della jam tra i solchi di un disco è spesso impresa titanica. In pochi al giorno d’oggi ci riescono con la dovuta grazia. I Tia Carrera sono senza ombra di dubbio tra questi.

Alessandro Zoppo