TURBOMATT – Own Demon

Turbo Mark on drums, Turbo Fra on bass, Turbo Ex on guitar. Turbomatt. Ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la psichedelia. Stavolta niente maniaci del surf né sonni da vino rosso. È il demone interiore, “Own Demom”, il vero protagonista del secondo disco del gruppo abruzzese, fuori dopo il debutto omonimo del 2009. L’impasto sonoro è come sempre dei migliori: psych rock che va a braccetto con il boogie’n’roll, garage fosco e plumbeo che si tinge di stoner e minimalismo. Suoni pieni e al tempo stesso scarnificati, perché l’assioma base è identico a sé stesso, è l’eterno ritorno: far fluire la musica per quello che è.Ecco allora i consueti giri melanconici e sognanti (l’inno alle MILF e alle big boobs di “Squirt Queen”, la voluttuosa title track, la dissacrante “Saint’s Bones”), i riff cattivi che ti restano marchiati a fuoco nel cervello (“SC”). Momenti stranianti, cibernetici e piuttosto cupi (il wah wah ossessivo di “1976” ha tutto un suo perché, come il loop magnetico di “Autoclone”), assolati stati morriconiani fusi con delizie tex mex (“Shelbiville”, la bellissima e iper acida “Borrelli’s Mule”). La psichedelia non deve mai mancare da tavola, ci pensano quindi “Wind Meadow” e “Sweet Return” (con tanto di “freaks” in appendice) a donarci la doverosa dote di dilatazione e mestizia. Quella malinconia pura, sana, che fa esplodere con necessità il nostro ego.
Un bastimento carico per chi si ciba di Yawning Man, Ché e Ten East. Tutti gli altri potranno scoprire un magnifico universo in bianco e nero, tanto retrò ed eccitante da lasciare a bocca aperta. E occhi chiusi naturalmente, per guardarsi indietro e generare nuova carne.

Alessandro Zoppo