UFOMAMMUT – ORO: Opus Alter

Dopo un primo capitolo non entusiasmante, tornano gli Ufomammut con la seconda e ultima parte del concept dedicato al nobile metallo. Arriva “Opus Alter” e la musica sostanzialmente non cambia. La proposta non varia, rimane sulle coordinate tracciate da “Eve” e riproposte stancamente nella prima parte del dittico, “Opus Primum”. Il viaggio inizia con “Oroborus”, imponente giro di basso su cui si innestano tutti gli strumenti, creando un groove possente, che nella parte centrale attraversa i lidi più reconditi della spazio siderale e finisce per implodere su se stesso in un finale di provata efficacia. Segue “Luxon”, il più classico dei monoliti doom che nulla toglie ma nulla aggiunge al risultato finale dell’opera. “Sulphudrew” parte in sordina, si sviluppa lentamente, è un viaggio nelle parti più oscure della psiche umana, un trip senza ritorno scandito dai battiti primordiali della batteria di Vita, dai riff minacciosi di Poia, e dalla voce dall’oltretomba di Urlo.Il momento migliore del disco è sicuramente “Sublime”, partenza flebile, dimessa, con la chitarra appena accennata che ricama su tappeti di droni fino all’arrivo della catarsi. Possente apertura strumentale degna dei migliori Isis, con un terribile lamento sotterrato da tonnellate di campionamenti che perdura nei momenti di maggiore enfasi. Chiude il lavoro “Deityrant”, scontata cavalcata stoner sludge di cui si poteva anche fare a meno. Tirando le somme, “Opus Alter” non toglie e non aggiunge nulla alla già importante carriera degli alfieri dell’heavy psych italico. Risulta più compatto del predecessore, ma non riesce comunque a spiccare, rimanendo un lavoro sufficiente.

Giuseppe Aversano

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