ULAN BATOR – Rodeo massacre

Avevamo lasciato gli Ulan Bator con “Nouvel air”, disco che aveva visto diversi mutamenti in seno alla creatura di Amaury Cambuzat e una svolta stilistica verso aree sonore più languide e sinuose. Oggi la band franco italiana si ripropone sul mercato con il nuovo “Rodeo massacre”, lavoro che per certi versi indurisce il sound del gruppo ricoprendolo di una spessa patina oscura. Velo sporcato a dovere nei suoni dissonanti e distorti, che in questo senso riportano alla mente le squarcianti atmosfere dei primi dischi (pensate alle asprezze di “Polaire” e “Vegetale” unite al rumorismo psichedelico di “Ego Echo”) e delle esibizioni dal vivo del gruppo.C’è una certa sofferenza nelle nuove composizioni di Amaury. Il rock degli Ulan Bator è affascinante e morbido, ma anche crudo e aggressivo. L’uso alternato di francese ed inglese si scontra con le esplosioni elettriche delle chitarre creando un vortice di emozioni uniche, sospese, gioiose e al tempo stesso decadenti. Si accentuano le componenti psichedeliche, innestate durante il lungo viaggio alle radici del post rock, ma limitate a dovere e approfondite quando arriva la giusta occasione.
Che in questo caso giunge nella parte centrale di “Rodeo massacre”. “Pensees massacre” distilla infatti una melodia che entra immediatamente sotto pelle, “Tom passion” è una lenta, commovente elegia segnata dalle tristi note di un violino, “Torture” inserisce xilofono e sax in una magica escursione lisergica alla ricerca di se stessi, “La femme cannibale” si avvale della collaborazione di Emidio Clementi (ex Massimo Volume, oggi El Muniria), che scandisce le dolci parole di Amaury su una base ipnotica, dettata da chitarre secche e distorte.
Altrove (e citiamo, come a chiudere un cerchio, l’iniziale “Fly, candy dragon, fly!” e la finale “Souvenir”) torna in gioco quel feeling pop che caratterizzava la precedente uscita discografica della band. Un sentimento tenue e raffinato che accoppiato con il lato energico ed esplosivo che è nella natura del gruppo rende “Rodeo massacre” un lavoro maturo e forse definitivo.

Alessandro Zoppo