UNEARTHLY TRANCE – Electrocution

I newyorkesi Unearthly Trance, giunti al quarto album con “Electrocution”, sono ormai un gruppo noto a chi preferisce sonorità aspre e tonalità cupe, testi che esprimono un annichilente disagio e una quasi totale negatività, con frequenti richiami a temi cari all’occultismo.Se i precedenti dischi, l’acre e corrosivo debutto “Season of Seance, Science of Silence” (2003), il notevole e finora insuperato “In the Red” (2004) e il convincente esordio su Relapse “The Trident” (2006), avevano rappresentato il desiderio e spesso l’effettiva realizzazione di un processo di ispessimento nelle trame sia liriche che musicali, una crescente ricercatezza (per quanto non sia questo il termine più appropriato per descrivere la proposta del gruppo), “Electrocution” lascia un certo amaro in bocca. Sia chiaro che il disco è molto valido: un gorgo di tetraggine, misantropia (soprattutto nel senso di attitudine “uneasy listening”) e violenta rabbia. La spettrale influenza degli Eyehategod aleggia malefica, come solito.
A mancare, duole constatarlo, è il quid che può trasformare un ottimo gruppo in un indiscusso punto di riferimento nell’indefinibile scena delle ibridazioni metallico-sludge.
La voce di Ryan Lipynsky è sempre urticante negli assalti brutali ed evocativa (per quanto l’estensione della sua espressione naturale sia abbastanza limitata) nelle declamazioni “pulite”, il drumming di Darren Verni alquanto dinamico e gli intrecci tra il basso di Jay Newman e le chitarre dello stesso Lipynsky efficaci sia nelle parti più doomy, lente e ossessive che nelle accelerazioni rasentanti il thrash (ma siamo abituati anche a questa alternanza di momenti, divenuto un marchio di fabbrica del trio). Brani come gli iniziali “Chaos Star” o “God Is a Beast”, oppure “Religious Slaves” e il più sperimentale “Distant Roads Overgrown” sono esempi di quanto la formula scelta dalla band non mostri alcun difetto formale: potenti, precisi, cattivi, evitano contorsioni superflue alla loro attitudine che cerca di essere quanto più possibile frontale e diretta.
Resta la considerazione precedente sulla carenza di sorprese e dell’elemento che garantirebbe all’alchimia un’efficacia letale. Non bisognerebbe, però, sottovalutare una band che si dichiara ispirata, come asserito in modo un po’ pomposo, da “…il significato nascosto del linguaggio e dei numeri, controllo e mancanza di controllo… architettura e fantasmi, gli spiriti animali, illuminazione del terzo occhio in opposizione all’oppressione e il moto meditativo nel più profondo oceano di pensiero, la crepa del 2012”.
Gli Unearthly Trance continuano a meritare attenzione…

Raffaele Amelio