Unimother 27 – AcidoXodicA

È l’espressione di un sogno palindromo, in una città labirintica e tridimensionale dove l’orizzonte non cambia mai e sei costretto a rivedere lo stesso scenario, asfissiante e conturbante, fino al ritorno dello stato di veglia, come unica soluzione all’enigma. Così come è palindromo il titolo dell’album: AcidoXodicA che richiama in maniera diretta Aoxomoxoa dei Grateful Dead, anche se il mood del disco in questione è giocato su registri molto differenti rispetto alla band di San Francisco.

Partendo dai titoli, affascinanti e, se letti consequenzialmente, una piccola poesia, Piero Rannalli, già nei seminali e prime movers Insider, con il suo progetto solista (non in senso stretto, dato che qui si fa aiutare da Mr. Fit alle percussioni) Unimother 27 sonda il suo universo inconscio dove si assiste alla lotta tribeman vs townman, ossia alla lotta tra la coscienza del sé tribale contro l’altra parte del sé urbano. Ovviamente una volta imbracciata la sua Les Paul la predominanza del primo risulta evidente e ne esce fuori un sound primordiale e acrobatico.

Giocato tutto sulla bravura compositiva, ritmica e melodica, del nostro, AcidoXodicA è un viaggio strumentale psichedelico. A valle tra masse essa martellava è un bell’incrocio tra ritmi blaxploitation e tappeti acid temple alla maniera dei Liquid Sound Company; Opporti a me non è mai troppo è una bella sfera magica di melodia; È corta e atroce potrebbe passare benissimo in una sequenza di suspence nei film gialli Settanta italiani, così come Arte tetra. Sopra a tutto (essenzialmente anche sotto a tutto) la chitarra solista di Piero: un corto circuito che si auto insegue con una, due, tre tracce di solos a sovrapporsi o a prendersi amichevolmente a gomitate. In questo, i suoni delle percussioni e dei synth sono quasi dei costruttori d’ordine senza i quali il disfarsi sembrerebbe dietro l’angolo… Sembrerebbe, attenzione, non è; per mantenere questa sorta di equilibrio instabile c’è bisogno appunto di una visione concreta.

Conclude l’album Eterni attici di città in rete, tra l’Umiliani più divertito e gli Euroboys, quasi ad alleggerire lo stato di tensione generato dall’ascolto. Come già accaduto per dischi come Grin e Escape from the Ephemeral Mind, un gran bel lavoro, non c’è che dire.

 

Eugenio Di Giacomantonio