UPWARDS OF ENDTIME – Upwards Of Endtime / Sadly never fore

Colossi di pietra che si ergono maestosi, costruendo gigantesche are per rendere onore e grazia alle proprie divinità. Sembra questo il mitologico, ancestrale mondo messo in musica dagli Upwards Of Endtime, band che tra 2005 e 2006 ha sfornato due dischi interessanti e piuttosto singolari considerando il panorama metal underground odierno.I cinque ragazzi del Connecticut sono in giro dal 2003 e hanno attraversato diversi cambi di formazione prima di giungere alla line up di oggi, che comprende sempre il singer Phil (voce stentorea e granitica, tra Ozzy e Bobby Liebling) e il chitarrista Matt (gli unici due presenti nelle prime due uscite), ai quali si sono aggiunti il secondo chitarrista Tony, Paul (basso), Jim (batteria) e Si (tastiere). Entrate e uscite di scena che non hanno intaccato l’impeccabilità di un gruppo totalmente devoto all’heavy metal puro e primigenio. Gli Upwards Of Endtime riprendendo in pieno le sonorità epiche di Manilla Road, Omen e Cirith Ungol, mischiandole con l’ala più oscura della NWOBHM (Angel Witch, Witchfinder General), classici come Judas Priest, Iron Maiden e primi Fates Warning e ovviamente maestri del calibro di Black Sabbath e Pentagram.
Il risultato immediato è stata la registrazione del full lenght omonimo. Dieci tracce di potente ed oscuro metal, con le ovvie limitazioni del caso (registrazione che non rende giustizia ai suoni, qualche limitazione di scrittura, un amalgama ancora da plasmare) ma ruspante e convincente quanto basta. Brani come “Conquerors” e “Stairwell to hell” sono veri e propri inni di battaglia, canti d’orgoglio ed appartenenza. “Battlefield” spinge invece sull’acceleratore, mentre “Phantom limbs”, “I am legend” e “Wish it all away” virano decisamente verso lidi heavy doom. Sorprendono anche “Jerhume Brunnen”, caratterizzata da un’apertura folk, e “Dead to me”, che suona come una versione metal di Misfits e Black Flag.
Le cose vanno ancora meglio su “Sadly never fore”, dove la varietà stilistica e la potenza del sound si accentuano notevolmente. “Beyond infinity” è un travolgente avvio ‘motorheadiano’, seguito a ruota dal groove assassino di “Dwellers of the dust”. Sentite e malinconiche trame melodiche fanno la loro comparsa (“Circles: reprise”), monoliti doom trovano ancora il dovuto spazio (bellissima “Princeps tenebarum”, lo spettro dei Candlemass di “In my wake”), così come cavalcate epic (“So mote it be”, “The one thing”) e vibranti dichiarazioni d’intenti (“Defenders”). Le chicche da non perdere però sono almeno due: il mix di Motorhead, punk e metal che anima “Dreamachine” e “The gathering”, ballata notturna tinta di psichedelia da un soave organo.
La band è al lavoro sul terzo disco, che a quanto pare vedrà una svolta: sono citati come ulteriori modelli di riferimento primi AC/DC, Ufo e Scorpions era Uli John Roth. Viste le premesse attendiamo ansiosi.

Alessandro Zoppo