VISTA CHINO – Peace

Inutile usare troppe parole: “Peace” dei Vista Chino è il disco che i fan dei Kyuss e dello stoner rock attendevano da più di dieci anni. John Garcia, Nick Olivieri e Briant Bjork sono i 3/4 del mito Kyuss; Josh Homme è l’unico assente all’appello. Altrettanto inutile girarci troppo intorno: tutti volevano un album Kyuss al 100%, nei suoni e nel feeling. Chi sostiene il contrario difficilmente verrà creduto. La prima nota lieta, cosa non da poco, è che il nuovo chitarrista Bruno Fevery riesce in tutto e per tutto a non far rimpiangere Homme, essendone praticamente una riproduzione. Chiaramente i fan più incalliti che conoscono a memoria la discografia dei Kyuss sentiranno in più di un occasione riff, soluzioni e melodie già ascoltati nei precedenti album dei nostri, ma non si lamenteranno della cosa, giusto?Quasi tutti gli appassionti di stoner saranno più lieti di ascoltare questo album piuttosto che seguire quanto ha fatto Josh Homme negli ultimi anni coi suoi Queens of the Stone Age. Questo è un disco al quale non si chiedevano novità, si esige solo di riassaporare le calde atmosfere desertiche, ascoltare l’incontro/scontro fra dirompenti porzioni hard e liquide pause psichedeliche. Ecco quindi che quando parte “Dargona Dragona” l’amarcord ha il sopravvento su tutto il resto; il suono è quello, la chitarra è quella, la voce è quella, l’umore è quello. Le ottime “Planets 1&2” e “Acidize… The Gambling Moose” sono quanto di più Kyuss si sia ascoltato negli ultimi anni e fanno la loro bella figura incastonate nei memorabili classici del gruppo di Palm Springs. Curioso che la prima parte del disco scorra senza sussulti (eccetto la citata “Planets 1&2”) mentre invece la seconda presenti le cose migliori.
Le dinamiche “Acidize” e “Carnation” sono dirompenti nel loro tiro micidiale e promettono sfraceli on stage, mentre la conclusiva “Sunlight at Midnight” è un bel strumentale dove la chitarra acida fa il bello e cattivo tempo. Tutto perfetto quindi? Purtroppo no, in quanto come già detto sopra, alcuni brani della prima porzione scorrono anonimi, privi di mordente e feeling. Ma la nota più negativa in assoluto è la produzione: la batteria è su livelli esagerati sovrastando il resto, su tutto la chitarra ritmica, che fortunatamente si sente quando è solista; le cose migliorano negli ultimi brani, ma ormai il dado (in questo senso) è tratto. Viene da chiedersi il motivo di una scelta così scellerata dei suoni e del loro volume e del mixing in generale; poi l’occhio cade sulle note interne del booklet e si legge che la produzione è stata affidata a Brant Bjork, e allora le cose si spiegano…

Marco Cavallini