VOIVOID – Voivoid

Se non proprio inosservato, il ritorno dei supremi Voivod, è parso “solo” come un buon rientro in carreggiata, impreziosito dall’ingresso in pianta stabile nella formazione di Jason Newsted, che assume dopo tanti anni il ruolo che fu dello storico blower-bass di Blacky (al secolo Jean-Yves Theriault), e soprattutto – e qui si riaccendono le lampadine ed esplodono i mortaretti – della voce inimitabile di Snake (aka Denis Belanger), l’ugola narratrice dell’epopea che è partita dalle stragi tribal-punk del terribile Korgull, ci ha fatto viaggiare attraverso reattori nucleari e scalcinate navicelle post-atomiche, ci ha proiettato nell’ipercubo dell’inconscio e finanche nei mari interiori dell’Angelotopo, e qui mi fermo, con la preoccupazione che qualche lettore di Tolkien possa provare interesse e cambiare le sue prospettive spazio-temporali.
Per chi li conosce bene, è parsa addirittura comica la situazione di come (una parte) della critica metal, che avrebbe esaltato il “ritorno” al livore crush-industrial cibernetico di “Negatron” e seguenti, – un periodo artistico non proprio negativo, ma che in definitiva somatizzava una crisi dei nostri – si permettesse di rivendicare la ritrovata vena psichedelica dei quattro guerrieri cosmometallici di Montreal.

Idem dicasi per (una parte) della stampa alternativa-snob-evoluta, che ha osato accogliere nel suo mortale abbraccio capolavori come “Nothingface” e “Angel Rat” (ovviamente “Dimension Hatross” era il disco scomodo e indefinito, “The Outer Limits” quello dell’involuzione hard-rock e “Killing Technology” l’innominabile), per poi smaterializzarsi in chissà quale iperspazio.

Armiamoci di un po’ di pazienza, aiutati in questo dal rilassamento cellulare della nostra materia grigia, ancora elastica e deformabile – dopo venti anni di sollecitazione sonico-radiativa di ogni natura (dalla diffrazione a raggi X allo scattering neutronico) a cui ci hanno sottoposto i Voivod – e stavolta inoltriamoci nei meandri del reticolo cristallino del silicio, in quanto il supporto fisico ora è il microprocessore che legge l’mp3, e non più le noiose ramificazioni del policarbonato del cd – chissà cosa passava nelle teste di quegli sciocchi chaosmongers che l’avevano progettato!!

Lo start di “Gasmask Revival” è dei più rassicuranti: tutti in forma pilotati dal timbro psychopunk di Snake, alle prese con refrain molto acidi, con Piggy-Denis D’Amour che miracolosamente torna quello di “Panorama” e “Fix My Heart”, e l’accoppiata ritmica Away-Newsted che sembra fatta apposta per sorreggere ed abbellire il pezzo.

Riffoni hard che trasportano magnetiche onde cyber, break incalzanti su contrasti noise-melodici e Snake spiritato: è “Facing Up”, un grande brano non c’è che dire.

Con un andamento più duro e penetrante, e dalla sagoma sonora acuminata, risultano “Blame Us” e “Real Again?”, anche se i toni si fanno più drammatici e realistici, nonostante il supporto visionario delle tastiere.

“Rebel Robot” è più ispida e spigolosa, ma rende bene il concetto di heavy robotico in stato di trance futurista, che in forme diverse è stato raccolto da Qotsa e Tool.

Con “The Multiverse” riascoltiamo il riffing hard basato sul delay e le dissonanze: pur non cercando la soluzione spettacolare di cui sarebbero capaci, ci sembra di intuire che i Voivod siano troppo contenti di essersi ritrovati, e pensino a dosare le loro caratteristiche con equilibrio.

“I Don’t Wanna Wake Up” è forse la canzone migliore (posta non a caso a metà percorso): la forma hard-rock non è più distinguibile da quella cyber-psych e viceversa, tanto che i ritornelli melodici di Snake appaiono perfettamente naturali e congeniti al suono e alla intelaiatura del brano.

“Le Cigares Volants”, “Divine Sun”, “Reactor”, sono esercitazioni (nell’accezione voivodiana) classiche del loro stile, e c’è da dire che il disco assume progressivamente una fisionomia propria e senza forzature, indice della riuscita di questo lavoro, e lo sfrondano dai dubbi di un ipotetico impegno celebrativo.

“Invisible Planet” vive di un hard/thrash futuribile, così come “Strange And Ironic”, che ci catapultano nelle pericolose metropoli del 2050, ma con sempre dentro il riscatto della sarcastica e sognatrice lotta a favore dell’individuo.

Concetto ribadito in maniera netta ed inequivocabile dalla stupenda ed ipnotica cavalcata di “We Carry On”, con Snake che ancora una volta catalizza la prova degli altri tre ai propri strumenti.

Roberto Mattei

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