WE – In a field of moose

Praticamente irreperibile in Italia, l’esordio dei We (avvenuto su minuscola Nun Music, che si consocerà successivamente alla più nota Voices of Wonder) svela già la grossa caratura degli psiconauti di Oslo – all’epoca misconosciuti – e costituisce un documento molto importante nel comprendere come la scena neo-psichedelica del Grande Nord possedesse un florido underground da tempi non sospetti, di cui i celebrati Motorpsycho hanno costituito la punta di un iceberg dalle forme geometriche abbaglianti.
“In A Field Of Moose” si muove su coordinate più aspre rispetto alla produzione futura, ma non per questo risulta così acerbo come si potrebbe pensare, anzi sorprende già la personalità e lo stile peculiare dei quattro musicisti.
La timbrica è un tantino spigolosa, specie nelle dirette “Wrecked” e “Cow Song”, hard rock abrasivi e compositi, e soprattutto in “Being What It Could”, dove alle classiche fasi lisergiche sospese si alternano inconsuete incitazioni noisy, mentre “Total Heaviousity” è un tipico stoner alla We, che verrà riproposto in forma più estesa su “Livin’ The Lore” e sull’ultimo “Lightyears Ahead”.

Ma questo disco vive soprattutto di quella forma psichedelica che ci ha entusiasmato in grandi dischi come “Violently Coloured Sneakers”, “Wooferwheels” e “Dinosauric Futurobic”, esposta qui in maniera maggiormente ombrosa e acida. Sicuramente “Blown Odissey” e “Days” sono da considerare al top della produzione dei We, lunghi viaggi dal profondo e ineffabile mood, in cui grazie a sonorità grigiastre e smeraldate, la nostra esistenza è ricondotta all’interno della biosfera che circoscrive il territorio norvegese, la cui natura è ancora scabra e incontaminata. Le fasi sono più incubiche rispetto ai trips di “Good Afternoons” e “Stuks Of Khun De Prorok”; evidentemente l’equipaggio del capitano Dons, composto da Felberg, Jensen e Kirkwaag, non aveva ancora pensato di solcare la stratosfera o le profondità oceaniche, o di spingersi verso il calore del deserto…
Egualmente atmosferiche, ma più scarne, dal clima urbano e notturno, risultano invece “Another Occasion” e “Shame”, quasi delle tentazioni post-dark muriatiche.
Il mio brano preferito è però “Fall”, un grezzo diamante underground che si muove magistralmente tra questi due estremi: dalle periferie anonime della grande città prendiamo una strada secondaria nella pioggia battente, fino alla radura rocciosa e gelida, la dimora della grande Alce…

Se avete la fortuna di trovarlo a qualche fiera del disco è sicuramente uno degli acquisti prioritari. Rimane da dire che per chi conosce a menadito – o anche solo superficialmente – i We, si tratta di un must di poco meno di un’ora, che completa ottimamente la discografia di uno dei migliori gruppi al mondo di questo genere.

Roberto Mattei