WHEN THE DEADBOLT BREAKS – In the ruins, no light shall shine

Quando c’è di mezzo un personaggio come Aaron Lewis (per chi non lo sapesse uno dei padrini dei Cable, maestri dello sludge) non ci si può che aspettare un prodotto valido. Così si conferma la sua nuova creatura, When The Deadbolt Breaks. Ma se i Cable apportavano poche novità allo spettro sonoro dello sludge doom, qui l’ascolto si rivela più sorprendente del solito. Anche perché Aaron (voce, basso e chitarre) è accompagnato da Eric e Gish, già attivi nei Clokseed. E sfrutta in pieno l’apporto delle vocals di Cherilynne, che danno ai brani un tocco malinconico ed evocativo.Non di solo sludge si vive (seppure presente in dosi massicce). In questo lavoro si fondono doom, hard e post core, psichedelia, metal estremo. L’unico neo è proprio l’esagerata eterogeneità (oltre la non eccelsa voce) ma è un vizio di forma, un attaccamento eccessivo ad un esperimento che si ama troppo. D’altronde voler suonare come Cable e Negative Reaction in overdose di Neurosis, Mouth of the Architect e Pig Destroyer è impresa ardua. Che si rivela vincente quando si picchia duro fino ai confini del grind (“Ingrate”, “Night on bald mountain”), quando si devastano gli amplificatori con riff sudici e malsani (“Discord Moment”), quando ci si abbevera alla fonte magica del groove (“Fist full of flowers and an empty handgun”, “The cleansing light”) o quando il sacro verbo ‘sabbathiano’ è rispettato con estrema devozione, la stessa che anima Eyehategod e Iron Monkey. Gli episodi migliori di “In the ruins, no light shall shine” sono però “Collapsing, color the sun”, “Somewhere between murder and a wet dream” e “Anaharta”, lunghe matasse oscure, dai momenti dilatati alternati a rabbiose esplosioni, deflagrazioni che sembrano provenire dal fragoroso universo ‘neurotico’.
Proprio su Neurot o su Relapse vedremmo bene i When The Deadbolt Breaks. La loro musica è l’esemplificazione di ciò che esprimono nel titolo del disco: ossessione visiva, mancanza di luce in un paesaggio post industriale di cui rimangono soltanto rovine.

Alessandro Zoppo

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