WINO – Punctuated Equilibrium

Wino Weinrich migliora invecchiando e come nel caso di “Punctuated Equilibrium” o degli ultimi Premonition 13, si avverte che i dischi sono maturati con cura sotto gli influssi generativi di sole e aria, e all’oscurità e umido della cantina. Qualunque suo progetto si prenda, si avverte la dedizione completa, musica al servizio dell’anima (e viceversa) e una linea di continuità tra i dischi unica e sempre coerente: ecco perché con ogni nuovo lavoro si ha l’impressione di avere a che fare con un rock fuori dal tempo, destinato fin da subito a diventare un piccolo classico resistente al passare delle stagioni, degli anni e delle mode.In “Punctuated Equilibrium”, a partire da una copertina deliziosa realizzata dal solito grande Arik Roper, ma in realtà opera di David D’Andrea (disco che richiama fin dal titolo e dal simbolo zodiacale, impresso su una delle colonne della cover, uno spirito più personale rispetto alle altre bands di Weinrich , se si tiene presente la sua data di nascita), il nostro si avvale del funambolico e prezioso drumming di uno dei batteristi dei circuiti psych rock più dotati di talento, ovvero Jean-Paul Gaster dei Clutch: inevitabile, quindi, avvertire fin dall’apertura del disco l’influsso e uno spiccato gusto southern blues ed heavy rock maggiormente in primo piano che in passato, come succede pure in “Smilin’ Road”, col suo groove sopraffino figlio dei Clutch (e figlio di puttana, nella sostanza).
Anche se pezzi di questo tipo hanno un’influenza più marcata, la musica rimane lontana dall’essere un consueto, sterile, mansueto esercizio di stile: la sua è una natura varia, il compendio delle anime musicali di Wino, con un susseguirsi di canzoni dal differente approccio come la title-track dalla furia hardcore, o “Eyes of the Flesh”, con il suo incedere sludge e dal feeling piuttosto insano. Come si può immaginare da un disco che gode di una completa libertà creativa (che solo i progetti personali possono favorire), Wino non si risparmia nei solos e in questi trova il suo “giardinetto” sempreverde: un’intrecciarsi di trame e filigrane che avviluppano l’ascoltatore nell’ipnosi (mai troppo dilatate, in ogni caso) come “The Woman in the Orange Pants”, che risulta sia psicotica che psichedelica in modo magistrale.
Probabilmente destinato a piantare radici ben profonde, inconsciamente nella memoria, è “Wild Blue Yonder” – arte sacra del wah-wah – dove in pieno fervore da jam pare di poter sentire la propria voce nella mente incitare la band con «ah!, vai, si, vai, ah!…» e con la netta impressione che quando i musicisti sono coinvolti in questo genere di improvvisazioni, non lasciano la “presa” finchè non vengono fino all’ultima goccia, di solito all’unisono, tale è l’alchimia che si viene a creare in certi casi. Wino, supportato da una sezione ritmica del genere (Gaster + Jon Blanc) sembra essere davvero a suo agio e libero di lanciarsi assieme agli altri due in pezzi dall’approccio improvvisante molto riuscito, lasciando che la musica si snodi con molta naturalezza (pezzi come “The Woman in the Orange Pants” e appunto “Wild Blue Yonder”, perfetti come strumentali).
Una specie di mistero ammanta e lega “Water Crane” e “Secret Realm Devotion”, custodi di tesori notturni – un’intimità magica che sarebbe poi venuta alla luce in altri episodi del successivo “Adrift”, gioiellino acustico con inserti elettrici (puro feeling e classe dimostra Wino anche in veste di songwriter). Ma il disco chiude con dei pezzi come “Gods, Frauds, Neo-Cons and Demagogues”, minaccioso e mesmerico (alla “Deprogramming of Tom Delay” degli Hidden Hand), su cui poggia un sample dal sentore di ostilità religiosa non così vago; e “Silver Lining”, che restituisce una tipica song tra The Obsessed e Spirit Caravan, con riff + solos fantastici da iscrivere in testamento: si sigilla così il dischetto.
Quando è uscito l’album, nella bio si leggeva: «Una delle cose fondamentali che ho imparato è come intendo il “successo”. Per me non è tutto ricchezze e gloria, quanto l’impatto sulla vita degli altri…» Solo così si ha un’idea di come Wino abbia la mente chiara sul suo status di musicista iconico che ha raggiunto armonia ed equilibrio personale, mettendo nella musica il suo intero essere. Lui è come la Stella Polare del doom, tutto parte da lì (come nel caso di Melvins e Black Sabbath, punti d’origine dell’albero genealogico della pesantezza) e ci si può orientare grazie a lui, per evitare di perdersi in un fitto sottobosco pullulante di specie di funghi mefitici (più amanita muscaria che stropharia cubensis).
In tempi attuali, è cosa rara (ri)trovare gruppi di organico, onesto doom rock senza tempo, dalla classe cristallina, come quelli dello Stregone Fuorilegge Wino Weinrich.

High noon on the dusty trail
gipsy heart is the Holy Grail
too restless to grow old
Eternal child on the smiling road!

Paolo “Neon Born”

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