WITCHCRAFT – The Alchemist

Leggendo il titolo di questo terzo lavoro degli svedesi Witchcraft, viene in mente il Dottor Sottile, l’alchimista, a seguire Michael Sendivogius, alchimista polacco che visse a Praga sotto l’impero del Grande Rodolfo II e si dice conoscesse il segreto della pietra filosofale: il santo Graal degli Alchimisti, l’obiettivo ultimo di una vita dedita a ricerche e analisi, trasformando il peltro in oro e le anime dannate in anime redente. I Witchcraft hanno compiuto lo stesso iter esoterico musicale, realizzando la Grande Opera: creare nel terzo millennio quello che potrebbe essere la summa dell’hard rock degli anni sessanta e settanta, rendendo omaggio ai maestri ma facendolo con personalità, riuscendo quindi a distinguersi da tante band revivalistiche, recitando una formula magica che contiene l’eredità del passato proiettata nel futuro.Durante il loro percorso di formazione, le release targate Witchcraft sono state caratterizzata da una forte presenza di suoni datati, sempre più particolari, arricchiti da nuove sfumature e da prove di tecnica e groove, dal tiro alto e la mancanza di cali qualitativi. “Walk Between the Lines” riprende nella voce di Pelander il Morrison più galvanizzato mentre la melodia è catchy ma di grande valore, mentre le influenze si sprecano e verrebbe da citare su tutti Black Sabbath e Pentagram. Nel corredo genetico figurano anche i diversi power trio del rock ’60 come i Cream con il loro blues sofisticato, l’Experience di Hendrix e la potenza acida dei Blue Cheer. In “If Crimson Was Your Colour” dal titolo si capisce l’amore che provano per la band di Bob Fripp, nel suo incedere maestoso come una cavalcata a perdifiato per la brughiera, il ritmo è incalzante e ci rimanda alla mente anche gli Uriah Heep di ‘Salisbury’, forte di un’ottima prova all’hammond. “Leva” è interamente scritta e cantata in svedese, una gemma lucente nel suo ritmo tra i Deep Purple ed i Cream, i Blue Oyster Cult ed i Grand Funk Railroad.
“Hey Doctor” propone un’andatura sognante e dal riff portante che è quasi angelico, per poi scendere nelle profondità dei Sabbath e rimanerci. “Samaritan’s Burden” è la coronazione di un sogno: parte leggera e ritmata da un bel drumming, mentre il basso sotto lavora e trivella creando un ritmo prog di grande atmosfera, fino a portarci ad una chiusura arpeggiata in stile Led Zeppelin. La chitarrra di “Remembered” è padrona assoluta del cosmo, dal riff al giro tutto congiura per farti cadere in trappola e renderti prigioniero del rock; ti aspetti di tutto tranne una chiusura col sassofono che duetta con la chitarra. È il tempo della suite che dà il titolo al disco: undici minuti tripartiti per un unico brano che prende tutto quello che c’è nel disco e lo fonde, impossibile descrivere nel dettaglio. Possiamo limitarci a dire che sono le tre anime del rock senza compromessi: quella morbida e riflessiva, quella dura e possente, quella oscura e criptica. Un album che, se non fosse uscito nel 2007, si giurerebbe essere nel 1970. I’ll blow your mind.

Gabriele “Sgabrioz” Mureddu

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