WITCHCRAFT – Witchcraft

La gran parte degli insignificanti e presuntuosi abitanti del terzo pianeta del sistema solare della nostra galassia, periodicamente ricorre alla guerra, lo sterminio e la crudeltà per giustificare la propria frustrata esistenza, e cinicamente pretende di ristabilire un artificioso ordine naturale.
Ma il sangue versato è sempre sporco e infetto, e solo l’infinita generosità della Madre Terra è in grado di rigenerare i suoi ingrati figli, nutrendoli dei frutti e delle erbe che superstizione e ignoranza tengono nascosti.

Al tramonto dei ’60, in un’epoca di profondi sconvolgimenti sociali, gli antichi stregoni di Britannia che possedevano le arti magiche si reincarnarono in musicisti tenebrosi, in opposizione alle distruttive utopie umane: dalla mescolanza del blues elettrico con la psichedelia nasceva il wall of sound di Black Sabbath, Monument, Necromandus; inoltre giungeva a maturazione la lunga tradizione del folk gotico di Oberon e Stone Angel.

Nonostante evoluzioni tecnologiche, variazioni della metrica e sperimentalismi più o meno riusciti, non sembrano cambiate molte cose nell’Anno Domini 2004 – sensazione che si ebbe anche nel 1980 con l’ala oscura della nwobhm, e nel 1992 con lo stoner-doom primigenio dei maestri Sleep – tranne che l’ubicazione geografica: la Scandinavia.

Si potrebbe obiettare (giustamente) che anche gruppi come Candlemass, Acrimony, Saint Vitus, Pentagram, Cathedral, hanno rimodellato la materia in questione con i loro capolavori, ma con i Witchcraft, diciamolo francamente, si riprende coscienza del puro ossianismo sonoro, dato che la loro musica sembra incisa su dei nastri rinvenuti in una sala di registrazione sepolta in una casa colonica del Cumberland, accanto ad antichi volumi e opachi alambicchi.

Così il pulsante giro di basso di “Witchcraft” dischiude 6 meravigliosi minuti di sabbatico rock-blues impregnato di psichedelia folk, da affiancare a Black Widow, Arzachel, Coven, Saturnalia, e al diavolo chi dice che è retro-rock: per noi di Perkele si tratta di un brano immortale che spazza via almeno il 90% delle uscite discografiche.

“The Snake”, “Lady Winter” e “Schyssta L” sono quintessenziali nell’attraversare tre decadi di dark-doom sound, che hanno incluso anche grandi perdenti come Saint Vitus, Pentagram e Wretched, e “Don’t Forget Me” è un blues rupestre ma dalla regalità gotica.

Stupenda anche “What I Am”, col sangue dell’anima versato osservando le Pleiadi seduti al centro di Stonehenge.

Un sussulto clamoroso lo suscita “No Angel Or Demon”, chiaramente influenzata dalle tormentate visioni esoteriche del Roky Erickson solista; l’immortale Sabba Nero viene citato più o meno esplicitamente in “I Want You To Know” e in “It’s Easy”, ma di certo siamo anni luce lontani da un esercizio di calligrafia, dato il livello di intensità.

Un colossale tributo alla musica del destino è offerto in “You Bury Your Head”, capace di tramutare questi caliginosi suoni in un disperato inno a quella spiritualità pagana che sarebbe almeno doveroso preservare in questi anni di crisi della nostra civiltà.

La chiusura dell’album, “Her Sisters They Were Weak”, è di quelle che cambiano per sempre lo spirito, troppo piccolo per una musica così sublime, infliggendogli eterno dolore e lo consegna al culto di Azatoth: il mausoleo dei Witchcraft si erige tra le felci assieme a quelli dei Black Widow, Black Sabbath e High Tide.

Roberto Mattei

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