WREKMEISTER HARMONIES – You’ve Always Meant So Much to Me

Un lungo mantra ambient drone è “You’ve Always Meant So Much to Me” di JR Robinson aka Wrekmeister Harmonies. In questo caso la musica è da considerarsi solo come una componente di una complessità artististica che vede il cinema come altro elemento base dell’intero progetto (Mr. Robinson gira dal 2006 con la sua videocamera tra Detroit, il deserto di Joshua Tree e le foreste in decomposizione della Tasmania) e i musei come luoghi adatti alla fruizione. Eseguito nella sua interezza (38 minuti circa) proprio al Museo d’Arte Contemporanea di Chicago, il pezzo vede la partecipazione, altra curiosità, di una serie di personaggi del metal estremo come Jef Whitehead dei Leviathan, Sanford Parker (giusto per citarne un paio: Buried at Sea e Minsk), Andrew Markuszewski dei Nachmystium, Bruce Lamont degli Yakuza, e moltissimi altri. Come da queste menti brutali sia stato partorito un sound così etereo e soffice non è dato sapere, ma “You’ve Always Meant So Much to Me” è talmente solido e personale che va oltre l’ipotesi di un mero passatempo.Durante l’ascolto si ha la sensazione di attraversare una terra desolata, arida, dove la civiltà ha lasciato spazio alla lenta decomposizione della materia. Vengono in mente immagini di “The Road” di John Hillcoat, dal romanzo di Cormac McCarthy, e dell’omonimo capolavoro di Béla Tarr, viaggi di abbandono spirituale e fisico della Madre Terra. In alcuni passaggi (25° minuto circa) il suono si ispessisce e vengono fuori i lati oltranzisti del progetto, quelli derivati dal metal estremo. In questo caso le immagini cambiano: si passa al registro noir apocalittico ma senza accelerazioni grind, anzi. È un olocausto doom, potremmo ipotizzare. Poi, riemergono i pattern acustici/sintetici abbelliti da qualche sinistro suono di violino o delicati arpeggi di pianoforte, fino al momento in cui la musica abbandona definitivamente lo spazio e il tempo per lasciare la scena ad un pesante silenzio.
Certo è che l’esperienza dell’album (pubblica la Thrill Jockey esclusivamente su vinile) pur mancando della componente location per essere assorbita in pieno, risulta un esempio di sperimentazione e avanguardia molto lontano dagli ammiccamenti a generi e ad appartenenze di qualsiasi tipo. Qui c’è una volontà di fare quello che si sente senza scendere a compromessi. Giù il cappello.

Eugenio Di Giacomantonio