YOB – Clearing the Path to Ascend

Giunta alla settima release ufficiale la mastodontica creatura guidata da Mike Scheidt che risponde al nome di YOB sembra non dare segni di cedimento. A due anni di distanza dal solido e riuscito “Atma”, ecco che ritorna con “Clearing the Path to Ascend”. Ormai annoverabili tra le band leader del panorama sludge/doom mondiale, i ragazzi di Eugene, Oregon, sembrano aver trovato la loro dimensione, il loro archetipo sonoro e si muovono a colpo sicuro. Composto da quattro tracce, tutte al di sopra dei dieci minuti di durata, il disco ricalca in pieno il modello di “Atma”, riprendendo il discorso laddove era stato lasciato. Le varie tracce hanno tutti gli elementi che hanno contraddistinto la carriera del trio statunitense. “In Our Blood”, l’opener, ha un incedere pachidermico, linee vocali che alternano il pulito al growl e momenti di stasi raggiunti da arpeggi sospesi nel vuoto. “Nothing to Win” parte con il piede sull’acceleratore, facendo ritornare alla mente i migliori Neurosis, per poi virare sulla psichedelia nella seconda parte, assumendo toni sinistri e introducendo una linea vocale che sembra provenire dalle remote profondità siderali. “Unmask the Spectre” ci mostra il lato magniloquente degli YOB con il suo inizio sommesso e il suo lento crescere fino alla deflagrazione del pezzo in tutta la sua epicità. “Marrow”, sicuramente l’episodio migliore del lavoro, si presenta in tutta la sua solennità, una lunga marcia dai toni angoscianti scandita da riff granitici, batteria poderosa e passaggi in pieno stile americana. Il tutto suggellato da un finale imponente dove la voce di Scheidt si esprime al suo meglio innalzando la già forte componente malinconica del pezzo.
“Clearing the Path to Ascend” raggiunge il suo obiettivo, e sicuramente è un disco riuscito, ma rimane il sentore che gli YOB si siano leggermente adagiati su quanto da loro fatto in precedenza e abbiano deciso di non spingersi ancora più avanti. La sensazione è che indubbiamente si poteva fare di più, la stoffa al trio dell’Oregon non manca, e quando decidono di tirarla fuori – “Marrow” ne è un esempio – si ottiene molto di più di un album solido e riuscito.

Giuseppe Aversano

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