YOB – Elaboration of carbon

Pura apocalisse. Sei brani, sei semplici brani per settanta minuti di distruzione. Una lenta agonia. Un giro di vite attorno a tre esseri deviati che fanno del verbo estremo la loro ragione d’essere. Se l’inferno può essere rappresentato in musica, questa è la nenia che lo accompagna. Se David Cronenberg non ha mai ascoltato gli Yob presto dovrà farlo perché sarebbero la colonna sonora adatta ad un viaggio nei meandri della contorta psiche umana.
Tre esseri, tre demoni inferociti: il mastermind Michael Scheidt guida le danze, saturando la sua chitarra di vibrazioni e fuzz semplicemente asfissianti e cantando in un modo pazzesco, come se fosse impossessato da una qualche strana entità che brama di possedere la sua anima. D’altra parte i growls e le urla sotterranee dell’iniziale “Universe throb” sono qui a dimostrarlo: dieci minuti di doom esasperato, martoriato, stravolto, accompagnato dal basso ossessivo di Isamu Sato e dal drumming sfrenato di Gabe Morley.

Qui non esistono vie di mezzo, c’è solo dolore, sofferenza, odio. L’oscurità che prende vita in questi brani è subito palpabile, valanghe di distorsioni ci annebbiano la vista, il buio avvolge le nostre menti, non ci rimane che attendere e piangere…intanto questi tre energumeni continuano a farci del male con la loro musica ultraterrena. Se non amate Sleep, Electric Wizard e Sons Of Otis state lontani da questo disco. Qui si fa sul serio. C’è in gioco la vostra sanità mentale. Ascoltare “All the children forgotten” è un’esperienza ardua, quasi formativa: in un muro di chitarre grondanti sangue sbuca una vaga melodia contorta e raggelante, subito stroncata da vocalizzi satanici inquietanti come non mai, mentre intorno la pioggia battente continua a cadere e a farci del male…

“Clear seeing” sembra voler dare una boccata d’ossigeno, essendo un mid tempo lineare e cadenzato più stoner che doom, ma è solo un’illusione perché con la successiva “Revolution” la catastrofe si fa imminente: atmosfere intergalattiche ci portano ai confini del cosmo, i maestri cerimonieri rallentano i toni fino all’esasperazione e martoriano i loro strumenti con il solo scopo di distruggere ogni minima particella del nostro cervello…qualche richiamo porta alla mente il sound catastrofico dei Neurosis, qualche altro delle reminiscenze anni ’70, ma è un particolare, un minimo aspetto in una matassa sonora che ha come fine l’annullamento dei limiti della gravità. Questi squilibrati provenienti dall’Oregon sanno come darsi da fare e in “Pain of J” preparano il massacro conclusivo con una fusione di extreme doom, death metal rovente e picchi epici, una vera e propria discesa negli inferi, con la voce luciferina di Michael e il basso devastante di Isamu in primo piano. Tutto questo pandemonio sembra essere finalizzato al gran finale affidato a “A sleep in samara”: diciassette minuti di puro doom in cui i riff dei Black Sabbath vengono estremizzati con una ferocia inaudita, senza compromessi, in un groviglio di trame complesse e ripetitive, fino a creare uno stato di ipnosi perenne e apparentemente priva di uscita.

Questo “Elaboration of carbon” è uno dei dischi doom più assurdi dell’anno, un lavoro destinato ad entrare di diritto tra i migliori prodotti della scuola sabbathiana estrema. L’ascolto è un viaggio totale nelle oscure e desolate lande dell’universo, alla ricerca di un solo obiettivo, comprendere la follia che ognuno porta dentro di sé…

Alessandro Zoppo