ZESS – Et in arcadia ego

Molti conoscono Mercy in qualità di cantante/mente dei progetti Malombra, Helder Rune e Il Segno Del Comando. In pochi invece sono a conoscenza del primo organico che ha visto coinvolto il singer con il bassista Diego Banchero (futuro compagno d’avventura negli stessi Malombra e Il Segno Del Comando). Questa band misteriosa e arcana, gli Zess, di cui si erano completamente perse le tracce, torna alla luce oggi grazie all’operato della Black Widow. L’etichetta ligure si è infatti presa la briga di riprendere tali registrazioni risalenti al periodo 1987/1988 e di proporle in una nuova veste, ripulita e digitale.Dietro il nome Zess già si celavano numerosi elementi esoterici che in seguito verranno approfonditi dai Malombra. Il primo è lo scenario dell’Apocalisse. Il titolo “Et in arcadia ego” fa invece riferimento ad un mistero di cui si ignora ancora la risoluzione. Varie sono le congetture. Una frase riportata su un dipinto del Guercino soggetto a numerose interpretazioni: quella ufficiale spiega l’enigma come un anagramma di “i tego arcana dei”, cioè “vattene io celo i segreti di dio”. Altri citano l’ordine dei Templari, il ruolo del Priorato di Sion, la stirpe merovingia dei “re taumaturghi”, i dipinti di Poussin per ordine del cardinale Rospigliosi e le questioni senza risposta che aleggiano sul borgo di Rennes les Chateau. Insomma, un immaginario inquietante che ben si coniuga con la proposta musicale dei cinque, un dark metal cupo ed esasperato, che riflette bene le passioni del periodo in cui i brani furono incisi.
Erano gli anni del doom, dell’horror metal dei Death SS, dell’ala più occulta della NWOBHM. Tutte influenze presenti nelle nove tracce qui raccolte. A partire dalla temibile “Intro” è un susseguirsi di brividi raggelanti, resi con la freddezza dei riff e l’evocativo estro vocale di Mercy in pezzi come “A forest mass” e “Black Arcadia”. Rituali pagani messi in scena con somma teatralità, calcolato distacco e cadenze decadenti. Il tutto impreziosito dal gran lavoro delle due chitarre, precise ed affilate come lame.
“Revenants of war” è un episodio di caliginoso doom d’alta scuola, teso e magmatico, mentre nel caso della sferzante “In Mithra’s den” tra i tappeti macabri creati dalle tastiere si insinua una splendida melodia che rimane impressa come uno degli incubi più bui. Un organo ecclesiastico e demoniache fasi percussive aprono “Bodysnatchers”, litania funerea che cede poi il passo a “Stramonium experience”, psych doom da estasi sabbatica che impressiona per carica oscura.
In conclusione trovano invece posto “The shameless” (riff con un pizzico di groove e staffilate elettriche di stampo tipicamente metal) e “Requiem for the human beast”, una sorta di atipica doom ballad dal sapore gotico e malinconico, un commiato adeguato per un disco vissuto interamente sull’orlo della disperazione.
“Et in arcadia ego” è un lavoro difficile da assimilare, soprattutto al primo ascolto. La sua carica ammaliante viene fuori poco a poco, si insinua come un demone sotto la pelle e rapisce l’animo con la sua “rude ricercatezza”. Gran merito agli Zess per aver dipinto questo arazzo crepuscolare ed un ampio ringraziamento alla Black Widow per avercelo riproposto a distanza di tanti anni.

Alessandro Zoppo