ZIPPO – After Us

Con “After Us” gli abruzzesi Zippo hanno operato una sintesi nel loro processo compositivo. Tralasciate le arie semi progressive (ma non prog, attenzione!) del precedente “Maktub” e riaggiornata la line-up al nucleo primordiale di Dave, Sergente, Stonino e Ferico, i nostri sono andati dritti al punto. Hanno abbandonato una certa cervelloticità nel rifframa e si sono lasciati andare, in maniera consapevole, al normale flusso delle emozioni. Il risultato sono otto pezzi sciolti che vanno giù come un buon scotch invecchiato bene. A pensarci bene, sono tornate le atmosfere speciali di “Ode to Maximum”, quando era tutto ancora da scrivere e da percorrere: tornare all’inizio può essere il segno di una maturità conquistata se, come dicono i grandi, bisogna imparare per poi dimenticare… o altrimenti rispolverare il centro dell’ispirazione più genuina e tagliare tutti gli accessori che ci sono cresciuti, con il tempo, volendo o meno, attorno.
Nel mentre non bisogna dimenticare la nascita degli Shores of Null, che ha visto impegnato Dave alle vocals e così anche quell’esperienza rientra, filtrata ed arricchita, in questo nuovo album. Che si tratti di passaggi morbidi ed emotivi (“Stage 6”, “Familiar Roads”) o quando si vuole far ruggire il leone in gabbia (“Adrift”), i nostri danno segno che la loro cifra stilistica è precisa. Anni di ascolti tangenziali e condivisi di band come Tool, Soundgarden (più di una intuizione deve il buon Sergente allo spirito coatto di Kim Thayil!), Church of Misery, Acrimony e un centinaio di altri gruppi a cavallo tra metal, psichedelia e crossover, hanno generato un ibrido di musica hard & heavy che può piacere sia ai nostalgici del Seventies sound, sia a chi è in botta con le nuove sonorità.
“Summer Black” è esemplare nel modo di coniugare velocità, impatto e modernità. L’iniziale “Low Song” è pura vertigine slowcore, “Comatose” un insulto sputato in faccia. Ma la cosa migliore risulta la conclusiva “The Leftovers”: un mammut ambientale che non lascia respiro. Tra declamazioni psicotiche alla Till Lindemann e carezze di Sergio Pomante al sassofono, il brano si alza pian piano e cessa di botto, come per lasciare il finale aperto, fluttuare nell’antimateria… La strada verso la conoscenza è ancora lunga da percorrere, ma qui cerchiamo e troviamo solide certezze.

Eugenio Di Giacomantonio