ZIPPO – Maktub

Difficile scrivere di un disco come “Maktub”, terza uscita dei pescaresi Zippo. Autentica rivelazione stoner rock con il primo album “Ode to Maximum”, conferma e maturazione eccellente con “Road to Knowledge” (che ha fatto gridare al miracolo ben oltre le aspettative), consacrazione definitiva con questo nuovo parto. È difficile parlarne soprattutto per chi ha visto gli Zippo all’opera dal vivo: è quella la vera dimensione del gruppo. Su disco ancora non si riesce ad imprimere a pieno tale potenza, quella sfrenata carica che le assi del palco ed il volume degli amplificatori generano. Paradosso dei paradossi, era proprio l’acerbo (forse proprio per questo tanto immediato) “Ode to Maximum” a restituire al meglio il feeling che Davide e compagni emanano on stage (che sia in un grande festival o in un piccolo club davanti a dieci persone, altro aspetto da lodare fino alla morte).La produzione di “Maktub” fa un passo avanti rispetto a “Road to Knowledge” (vero punto debole di quell’album), levigando sì i suoni ma ponendoli su un livello qualitativo piuttosto alto. Penetranti, quadrati, freddi e al tempo stesso groovy. Si percepisce l’operato di Victor Love e di James Plotkin che in quel di New York ha curato il mastering. Soprattutto, “Maktub” suona Zippo. Ormai la band abruzzese ha una cifra caratteristica, uno stile personale. E questo è il più grande dei meriti. La psichedelia heavy è mutata (e mutante): nei sette brani del disco si alternano (post) metal, progressive rock, stoner. Splendida al solito la voce di Dave; intricate e stratificate le chitarre di Sergente e Franz; tentacolari e ossessive le ritmiche di Stonino (basso) e Federico (batteria); artwork e design (opera di Stonino) meravigliosi, da incorniciare in casa.
Canzoni quali “The Personal Legend”, “Caravan to Your Destiny” e “The Treasure” denotano sicurezza dei propri mezzi e delle proprie capacità, voglia di osare pur rimanendo fedeli ad un “genere”. Parlare di Mastodon, Kyuss, Tool, francamente non ha alcun senso. L’apice lo si raggiunge nella parte centrale del disco: “Man of Theory” intreccia pesantezza, ricercatezza e aggressività (guest vocals il buon Ben Ward from Orange ‘fuckin’ Goblin); “We, People’s Hearts” dilata i tempi e nell’oscurità dark delle atmosfere scava fantastiche e appiccicose melodie; “Simum” è psichedelia liquida, abissale, naturistica, esaltata dal sax insinuante di Luca T. Mai (Zu, Mombu). È questa strada che gli Zippo devono battere, perché è dove riescono meglio. «Così è scritto.»

Alessandro Zoppo

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