ZIPPO – The Road To Knowledge

Chi può dirlo, ma un giorno quest’album potrebbe essere considerato fondamentale, e oltre che per l’ascolto, usato in chissà quale supporto fonografico per una rivista telematica culturale; di sicuro lo spirito che ha animato la stesura di “The Road To Knowledge” è quello di lasciare intenzionalmente un segno che rimarchi l’indispensabile aspetto di ricerca che anima l’attuale rock indipendente, un assioma costante a cui i gruppi di questa matrice si attengono nel loro sforzo purificatore.La distillata trasposizione di “Las enseñanzas de Don Juan” – l’opera sessantottina di Castaneda – funge da concept esplicito per il secondo lavoro degli Zippo, che nell’ambizioso intento di tradurre in musica il capolavoro sciamanico-psichedelico dello scrittore sudamericano, si sono serviti di diversi registri stlistici: di sicuro lo stoner rock desertico, che il giovane gruppo di Pescara utilizza prepotentemente come lo scheletro di un grosso mammifero, a cui si sommano infatuazioni di prog/modern rock di antica tradizione e recente affermazione (dai Crimson e i Van Der Graaf più induriti fino ai Mars volta e i Mr. Bungle); si aggiungono poi qua e là scanalature di wave-rock degli early eighties, sludge metal, etnica, e non ultima la primitiva indole punk che rende iconoclasti e spogliati di ogni ampollosità anche i brani più elaborati.
Detto questo, l’afflato lisergico non viene mai a mancare, e in definitiva il punto di forza del disco è questa continua concatenzazione che gli Zippo rendono uniforme, pur tra gli sbalzi di accordature nervose e ricercate. Numerosi sono anche i guest (che si alternano al moog, dulcimer, banjo, hammond e chitarre acustiche) quasi a simboleggiare una comune dimora metafisica, a partire da Antonio Vitale, le cui evocative vocals sabbiose accompagnano spesso il camaleontico Dave, cantante ruvido ma capace di modularsi espressivamente a seconda delle circostanze (davvero una prova degna di nota).
Per il resto tutto il gruppo è una garanzia, soprattutto dal punto di vista tecnico: calda, pesante, delicata e aggrovigliata, l’esecuzione rimane sempre di ottimo livello, e questo permette di evitare prolissità anche nei lunghi fraseggi.
Nella moderna epica di “The Road To Knowledge” nulla è lasciato al caso, e l’intero ascolto produce numerosi effetti di alterazione psichica, a partire dalla intro recitata in spagnolo di “Don Juan’s Words”, preludio alla bomba iniziale, “El Sitio”, un brano strutturalmente prog ma eseguito con mano stoner, in cui l’ombra di Mike Patton vaga alla ricerca di un luogo incantato, tra musica del deserto e metal sdrucciodevole.
“The Road To Knowledge” si rilassa tra i tasti del moog e le corde di dulcimer e banjo, spruzzati nell’impianto epico-progressivo degli Zippo, una song ambiziosa che rimane espressiva ed equilibrata, ben interpretata da Dave che svetta sui duri riff post-crimsoniani. Dopo l’arboreo arpeggio di Sergente “He Is outside Us”, tocca a “Chihuahua Valley”, una commistione tra Fatso Jatson, Yawning Man, Tuxedo Moon e contorto stoner metal, che si placa in acustiche dalla ritmica sghemba.
“Ask Yourself A Question” immerge suggestioni wave in lidi che lambiscono desert rock, post metal e destrutturato heavy psych, e in “Lizards Can’t Be Wrong” le vocals polifoniche suggeriscono un placido sabba nel deserto di Sonora.
Ottimo l’attacco di “El Enyerbado”, nel quale i Kyuss vengono tradotti in mille altre esperienze (non ultimi Sleep e Orange Goblin), e le stimmate prog rendono il brano avvincente e bestialmente elettrizzante.
La lunga ed elaborata “The Smoke Of Diviners” offre pesanti (ma ricercati) riff sludge di apertura, ma gradualmente il contesto si fa arioso: dapprima languisce in quella psichedelia delle dune che tanto affascina gli Zippo, per poi offrire tutta una sorta di duri progressivismi, una perfetta sceneggiatura dei gioiosi festini tribali che impazzavano prima della scellerata deportazione nello Yucatan.
L’interludio di “Reality is What I Feel” è una splendida e commovente acustica indio/western, a cui segue l’eccentrica “Mitote”, capace di riassumere un po’ tutta la stralunata spititualità degli Zippo: tecnica musicale al servizio di un trip desertico dalla cocente personalità, nella quale i cambi stilistici di direzione sono condensati in bollenti equilibrismi, tra accordi punk e impatto heavy-prog.
“Three Silver Crows” è forse il pezzo che ci si aspetterebbe dall’inizio del disco, ossia fluida psichedelia capace di riverberarsi nello sguardo ineffabile degli uccelli della malasorte (è questo il pezzo che risente più dei Down), ma è posta verso la fine, quasi a spiazzare l’ascoltatore tradizionale, e il campo è abbandonato con l’ultima cornuta magia dell’acustica “Diablera”.
La Via Yaqui non è facile da seguire e può portare a molte critiche, ma questo è uno dei migliori dischi italiani degli ultimi tempi, di sicuro uno dei più coraggiosi e per di più un’originale lettura post-stoner degli empirici (per noi occidentali) insegnamenti di Don Juan.

Roberto Mattei

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