SUN ZOOM SPARK – Saturn Return

Avevamo già apprezzato i Sun Zoom Spark in occasione dei due volumi “Transmissions from satellites”, esperimenti di psych jam condotti da Eric Johnson (voce, chitarre) in compagnia del fido Steve Goetz. Ora la creatura di Johnson torna a farsi viva con materiale nuovo di zecca, affidato ad una rinnovata formazione (Bobby Hepworth – tastiere -, Brian Maloney – basso e sax -, J Ratcliff – batteria -) e registrato nel corso del 2004 a Tucson, Arizona. Base operativa da sempre fertile per la mente del compositore statunitense, che stavolta muta le coordinate del proprio sound.Le scorribande psichedeliche trovano infatti freno in composizioni secche e ragionate, divise tra focoso hard blues (“Dixie cups and valentines”), torride armonie soul (“Iner space trajity”, in cui riff e cantato rimandano al microcosmo ‘rollingstonesiano’ di metà anni ’70, con la sola variante legata ad ariosi e psichedelici tappeti di sitar e tastiere), corrosivo garage rock (“Daughter of the twilight”) e genuine intuizioni pop (“You bury me”). Certo, l’acid rock non è del tutto messo nel cassetto, ma torna a farsi vivo in maniera compressa, come se fosse una delle tante componenti che vanno a formare il suono targato Sun Zoom Spark. Un sound che mantiene comunque i suoi punti fermi, la propria identità. E lo fa quando affronta la psichedelia languida e romantica di “Glow like starshine”, “The fool” (cover dei Camper Van Beethoven) e “All I have left of you”, tracce perfette per uno scenario da cielo stellato in compagnia della ragazza dei nostri sogni. D’altronde questa vena intima e romantica fa capolino anche in “Well of souls”, bellissima divagazione strumentale che profuma di notte e deserto, con chitarre dilatate, hammond, fisarmonica e sax a creare un’oasi di piacevole stasi. Ma queste atmosfere si ripetono in “Silent hearts decline your invitation” e nella title track, rock lisergico scandito dai riff possenti delle chitarre e dagli inserti di synths, che ricordano Phish e Thin White Rope per impatto, senso della melodia e voglia di viaggiare sulle note senza tanti pensieri.
La libertà più visionaria ritorna invece in “Long days journey into tonight”, psichedelia strumentale di taglio Pink Floyd/Quicksilver/Ozric Tentacles, davvero di altissimo livello: ritmiche pacate, chitarre liquide e piano rhodes, fughe acide ed un senso della jam in piena pace mentale. Mentre il passaggio elettronico di “Nocturnum” funge da trampolino di lancio prima della conclusione affidata a “Hideaway”, grande hard rock’n’roll zeppeliniano da gustarsi con un buon drink a portata di mano.
Davvero un bel disco “Saturn return”. Se si considerano i Sun Zoom Spark un diversivo rispetto all’impegno dei Black Sun Ensamble, la genialità di Eric Johnson acquista punti su punti.

Alessandro Zoppo