DOCTOR CYCLOPS – The Flying Machines Burning

The Flying Bunrning Machines è il primo lavoro, rigorosamente prodotto in maniera artigianale e genuina, da tre ragazzi provenienti dalla zona di Bosmenso, un piccolo paese nella zona collinare appenninica, nell’Oltrepò Pavese. Per sfuggire alla monotonia e al grigiore di una realtà periferica, degna di quel Piccolo Mondo Antico di Fogazzaro, decidono di fare quello che centinai di ragazzi hanno sempre scelto da anni: mettere su una band. Tra il 2004 ed il 2005 Christian Draghi (voce, chitarra) e Francesco Filippini (basso) iniziano a comporre avendo come punto di riferimento il grunge sofisticato – e spesso sottovalutato – di una grande band come gli Screaming Trees di Mark Lanegan. Ma è solo con l’innesto di Luca Dedomenici alla batteria, che i Doctor Cyclops prendono la forma di un vero e proprio power trio, capace di dar vita ad un’esplosiva combinazione di hard rock, stoner n elle sue frange più “heavy”, come nel caso di bands quali Firebird e Cathedral.Ed è proprio l’amore per il gruppo di Bill Steer (ex Napalm Death), scoppiato nel giugno 2005, a convincere la band a cambiare direzione e iniziare a dedicarsi ad un rock adrenalico, che ha delle virate anche con quello stile della fine degli anni sessanta a cui dobbiamo tutto. The Fyling Machines Burning è un ottimo inizio, perchè in poco più di un quarto d’ora riesce a concentrare due brani originali e due cover, tra l’altro un’ottima scelta. Night Flyer è il pezzo più “lungo (si parla di 3:56)e allo stesso tempo tiratissimo, con la voglia di mettere in mostra tutto il repertorio dell’hard rocker provetto: un gran bel riff polveroso, un altrettanto validissimo giro di batteria – cattivo e potente – condito da un basso che sa come ci si comporta in presenza del ROCK. Perchè questi ragazzi si meritano tranquillamente che quella magica parolina venga scritta a caratteri cubitali.
La prova di Christian se ineccepibile alla sei corde, è meritevolissima di rispetto nelle parti vocali, con un timbro squillante e dalla stile tipicamente americano hard rock. In Eileen o’Fleherty, in soli due minuti, riescono a infilarci tutto quello che dovrebbe esistere in una canzone rock: evitiamo orpelli e inutili addobbi, evitiamo la fetta di limone lavorata a forma di orchidea o il contorno da vero gourmet. Accontentiamoci di una bella bistecca fiorentina, cotta al sangue, che ispira fame e voglia di divorare anche il cameriere che ce la porta sotto le fauci; da sottolineare anche una frase bellissima e maledettamente vera:” Eileen speaking on the grave/about the beauty and its fake”. Born to die in Berlin è una cover di Dee Dee Ramon, ma molto più tirata, oscura e malsana, in pratica se tutto il punk suonasse così, io non ascolterei stoner. Freelance Fiend è uno dei brani più anticipatori del movimento stoner, perchè fu scritto nel 1971 da un grande – ma sottovalutato – gruppo come i Leaf Hound, con la differenza che, nel brano originale, la chitarra suona più acida. In sostanza, un ep tirato, condensato e godibilissimo. A voi le cuffie. Ah, Il nome del gruppo deriva da una serie di fantascienza della fine degli anni ’30.

Grabriele “Sgabrioz” Mureddu

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