Dopo il concerto di Lucrecia Dalt, Flaming Creatures e Zen Arcade portano al Monk di Roma il doppio live di Glacial e The Dwarfs of East Agouza. I primi sono reduci dalla data all’Arci Bellezza di Milano ed entrambi sono presenti nel cartellone della terza e ultima giornata di Jazz is Dead! 2026 a Torino. L’occasione è ghiotta per il pubblico romano, attento e puntuale (è il concerto presto: si comincia alle 19) e composto in larga parte da maschi over 40. La presenza femminile, sporadica ma implacabile, appare tra una borsa degli Einstürzende Neubauten e tatuaggi evocativi.
La vita dei Glacial procede ad un ritmo davvero glaciale: il progetto di libera improvvisazione messo in piedi da Tony Buck, Lee Ranaldo e David Watson è frutto di un’esperienza collettiva lunga trent’anni, ma ha partorito un solo album (On Jones Beach, pubblicato da Three Lobed Recordings nel 2012) e concerti rari e irregolari. È un trio bizzarro ma perfetto quello formato dal chitarrista dei Sonic Youth con il batterista australiano, noto soprattutto per il suo lavoro con i The Necks, e il chitarrista neozelandese (ma newyorkese d’adozione), co-fondatore di Braille Records ed esperto suonatore di Highland Bagpipe, la cornamusa scozzese.
L’esibizione dei Glacial è un viaggio di travolgente improvvisazione psichedelica in una terra di ghiacci e deserti. Una musica proteiforme e suggestiva che si muove molto lentamente, fatta di masse di energia graduali e potenti, proprio come lo scioglimento dei ghiacciai. Ranaldo si avvicina poco a poco alla chitarra: prima di arrivare a droni e feedback passa per una fase percussiva ai piatti, uno smartphone che accumula strati di suono e l’archetto che prolunga le distorsioni come se provenissero da un deserto antartico.
Watson usa chitarra e campanelli prima di imbracciare la cornamusa, strumento dronico per eccellenza che suona come una sirena nella nebbia o come il segnale acustico di una nave che sbuca all’improvviso in mare aperto. Nel mezzo di questa tempesta di note aspre, loop e bordoni, con Ranaldo che sfoggia un pedale a corde per una serie di effetti sempre più stridenti e un glissato continuo, emerge prepotente e corporeo il drumming non convenzionale di Buck: tattile, compatto, stratificato.
I Glacial hanno un’alchimia naturale nel far percepire la sensazione della densità, la consapevolezza del radicamento, e al tempo stesso il fascino dell’esplorazione di un suono tanto ostile e dissonante quanto ermetico, minimalista e contemplativo. Il loro è un concerto immersivo ai confini del mondo, una performance fuori dall’ordinario da assaporare con pazienza, perché ha le qualità di un sogno: vivido e sfumato, intenso e in qualche modo irraggiungibile.
Non sono da meno per intensità ed evocazione di paesaggi lontani The Dwarfs of East Agouza. Il trio formato da Alan Bishop, Maurice Louca e Sam Shalabi, nato nel 2012 al Cairo, si è fatto conoscere nel 2016 con il folgorante e acclamato debutto Bes, pubblicato da Nawa Recordings di Khyam Allami. Il loro ultimo lavoro è Sasquatch Landslide, uscito lo scorso ottobre per Constellation Records. Nel mezzo, sono arrivati un live a Beirut, due lavori per Akuphone, uno per Unrock e uno per Sub Rosa.
Band di culto nell’underground sperimentale, The Dwarfs of East Agouza si confermano una formazione da vedere assolutamente dal vivo. Il loro è un miscuglio straniante di improvvisazione free from, jazz, krautrock ipnotico e musica araba tradizionale. Il flusso sonoro è costante ma imprevedibile: la chitarra di Shalabi evoca fantasmagorie in cui oriente e occidente si ispirano e si ammirano a vicenda; Louca interviene con strati di sintetizzatore, campanelli e abbinamenti estremi di beat che richiamano l’electro shaabi egiziano; Bishop parte con un basso pulsante e finisce tra sassofono e vocalizzi glossolalici che sembrano il lamento di un vagabondo impazzito.
“Non parlo bene nessuna lingua: più viaggi, più ti rendi conto che non hai bisogno di parlare la lingua del posto per orientarti, cavartela e riuscire a vivere”, ha spiegato in un’intervista a The Believer il musicista americano, fondatore dei Sun City Girls insieme al fratello Richard nonché della seminale Sublime Frequencies. Una dichiarazione d’intenti che mette al centro di una musica senza confini, tra avanguardia jazz e poliritmi tradizionali (in fondo il ritmo è l’assolo), radici punk e arabe, psichedelia e colonne sonore. Un vortice sonoro nel quale si torna alla gioia dell’infanzia, al piacere del gioco e della scoperta continua.
La performance dei The Dwarfs of East Agouza è frammentata e ritualistica, meno compatta di quella dei Glacial ma altrettanto seducente: trance sfrenata e melodie ammalianti si inseguono in un impasto liberatorio e devozionale, primitivo e divertito, in cui la ripetitività ossessiva e le divagazioni si trasformano nell’ossatura verbale dello spettacolo. Nonostante il caldo cominci a farsi sentire, il pubblico romano accoglie in silenzio un concerto luminoso e rituale e saluta con applausi scroscianti i tre musicisti che al termine dell’esibizione, sono ormai diventati un tutt’uno con i loro strumenti.
Alessandro Zoppo






