Gli Imarhan

Imarhan – 4 novembre 2026, Monk (Roma)

Gli Imarhan arrivano al Monk di Roma per il Mojo Fest, il festival organizzato da Mojo Station, la trasmissione di Gianluca Diana e Pietropaolo Moroncelli in onda su Radio Città Aperta, Radio Rock e altre emittenti. La band algerina è in tour per promuovere Essam, quarto disco uscito all’inizio del 2026 per City Slang, etichetta berlinese che spazia con agilità da Moon Duo e Caribou a Boy Harsher, Lambrini Girls e Lambchop.

È il ventesimo anniversario della formazione di Tamanrasset, che per l’occasione si presenta sul palco in sestetto: tre chitarre (una all’occorrenza diventa batteria), basso, percussioni ed elettronica. Una combinazione di elementi che serve a materializzare il suono del vento: un suono che parla oltre ogni lingua.

Gli Imarhan sono i nuovi alfieri dell’assouf, il blues del deserto nato alla fine degli anni Settanta nella regione sahariana dell’Africa settentrionale e occidentale. La loro città, Tamanrasset, è il posto dell’Algeria con la più alta concentrazione di tuareg. Un insediamento sui monti dell’Ahaggar, una terra di confini: al confine con il Mali, a metà fra il Nilo e l’Atlantico. Un paesaggio lunare e storicamente instabile. Essam è infatti un disco sull’esilio delle popolazioni native. Che siano i profughi saharawi del deserto dell’Hamada (fuggiti nel 1975 dal Sahara occidentale, dopo il ritiro degli spagnoli e l’invasione marocchina) o gli emarginati del nord del Mali, teatro di un conflitto infinito tra la giunta militare al potere a Bamako, i gruppi jihadisti e i nomadi ribelli.

Essam riflette sul senso di precarietà, di isolamento e solitudine di chi vive su una terra in prestito, sull’instabilità politica dei nostri tempi. Sul dolore della colonizzazione, delle sanguinose lotte per l’indipendenza e del diffuso fallimento politico per l’autodeterminazione. Ma anche sulla resistenza, sulla fede di chi non vuole disperdersi, sulla fiducia delle nuove generazioni per vedere finalmente riconosciuta la propria identità.

In giro dal 2006, gli Imarhan rappresentano quella generazione completamente dimenticata dai governi algerino, maliano e nigerino. Quei ragazzi che alla fine dei Novanta e nei primi anni Duemila ascoltavano i maestri Tinariwen e gli album pirata dei Queens of the Stone Age, cercando di catturare la sensibilità del desert rock americano e portarla il più vicino possibile all’Africa. A queste latitudini, il lavoro che hanno fatto artisti come Mdou Moctar e Bombino.

In tamashek, la lingua tuareg, Imarhan significa le persone che mi stanno a cuore. È al patrimonio della cultura orale che guardano i sei musicisti algerini. Un capitale fatto di cerimonie del tè, poesie recitate attorno al fuoco, feste di famiglia, danze di comunità, animismo e sunnismo.

L’assouf nasce dal tende, un tamburo suonato dalle donne con un ritmo che richiama l’ambio, l’andatura del cammello. Alle 21:15 in punto il pubblico del Monk sale in sella e per un’ora e mezza è travolto dal sound incalzante degli Imarhan. Nella loro miscela, gli ancestrali ritmi panafricani incontrano il rock, il funk, il blues, la psichedelia. Il risultato è solare e al tempo stesso ipnotico. I sei condensano l’improvvisazione tipica della musica acida in brani dalla durata limitata in cui intrappolare chi ascolta. La ricerca di questa forma canzone porta gli Imarhan ad avere uno stile unico e immediatamente riconoscibile in questo genere.

Brani come Tahabort, Azzaman e Tellalt sono autentiche hit del Sud globale. I suoni sono organici, ruvidi e polverosi. Impossibile restare fermi. La forza dei sei è nel saper essere contagiosi e struggenti, come quando approcciano alla delicatezza intimista di Tochal, Achinkad e Derhan N’Oulhine. Il concerto si trasforma presto in una festa di liberazione, una celebrazione delle radici e dell’importanza di lasciare in eredità tradizioni e conoscenze. Tra conflitti e diaspore, qui si esaltano l’amore, la solidarietà, la connessione tra le culture.

Mattatore degli Imarhan è il chitarrista e cantante Iyad “Sadam” Moussa Ben Abderrahmane, erede diretto della tradizione musicale tuareg. È già passato per la formazione live dei Tinariwen, in cui milita il cugino Eyadou Ag Leche. Quando Sadam si accende e la sua chitarra esplode, la carovana viaggia davvero spedita. Nonostante la sua riservatezza sul palco. Ma è tutta la band ad essere in grande forma, con menzione speciale per il funambolico bassista Tahar Khaldi. Le iniezioni sottotraccia di elettronica e il lavoro oscuro e defilato delle chitarre ritmiche impreziosiscono una formula che funziona alla perfezione.

A colpire sono soprattutto i vertiginosi crescendo e le accelerazioni di ritmo all’interno di uno stesso brano, che fanno il paio con l’ondeggiare costante prodotto dal loro formidabile desert blues. Al Monk l’affluenza è notevole per essere un mercoledì sera e giunti al termine dell’esibizione dopo il bis di rito, le persone presenti salutano gli Imarhan con un’autentica ovazione. Non potrebbe essere altrimenti: gruppi così rimarresti a sentirli per ore.

Alessandro Zoppo