Ace Frehley campeggia a In the Best Tradition Festival Vol III

In the Best Tradition Festival Vol III – 19 settembre 2026, Martinsicuro (Teramo)

Prendendo in prestito una considerazione di Marco Bernardi, possiamo dire che In the Best Tradition Festival opera un’azione di convincimento. Il perché è presto detto. È settembre. L’estate è finita. Le ferie sono finite o addirittura mai cominciate. C’è un inverno lungo che ci aspetta. A breve farà buio alle quattro del pomeriggio. Siamo al punto più lontano dalle prossime vacanze.

Ebbene, avete tutte le ragioni per sentirvi scontenti, per non alzarvi dal letto e per recidere tutti i legami con le altre persone. Avete la nostra approvazione e il nostro consenso. Ma ecco che a settembre arriva puntuale In the Best Tradition che vi apre il cuore. Allora, mettiamo le scarpe, lo smanicato di jeans e via a Martinsicuro a scapocciare in allegria. Ecco l’opera di convincimento: riesce, nuovamente, a farci amare la vita. Almeno per un giorno, anzi due, se consideriamo il prequel della serata di venerdì 18 con Death Fucker e Bud Tribe.

Alle 14:30 di sabato 19 settembre l’edizione 2026 del festival ha inizio. L’immagine che ci accoglie è davvero commovente. Ace Frehley è spalmato su un banner gigante (esattamente quello che vedete qui sopra), riprodotto ai lati del palco. La sua chitarra prende fuoco. Doveroso omaggio da parte di Federico Acelustini – la mente dietro In the Best Tradition – che ha in Ace il suo nume tutelare. Chitarristico, espressivo, personale. Paul Daniel Frehley ci ha lasciato il 16 ottobre dell’anno scorso e, senza troppi giri di parole, il terzo appuntamento del festival è dedicato a lui.

Onore ai Menace che hanno il non facile compito di dare inizio alle danze alle 16 in punto. Si presentano con un look perfetto: sembrano i Judas Priest nel periodo chains & leather. Il loro sound è davvero killer: Agent Steel, Judas, Exciter e tutta la compagnia speed di metà anni Ottanta è il nettare. Ma c’è di più: i Motörhead scorrono sottopelle e questo dà alla loro musica un aspetto selvaggio e indomito. Si parte da She-Spider dall’album Heavy Lethal del 2012 (geniali!) e si conclude con Wheel of Spikes dell’omonimo album, uscito nell’aprile di quest’anno.

A seguito i Vigilhunter da Torino dimostrano classe da vendere. Qui siamo al cospetto dell’heavy metal più sanguigno ed autentico che gira ai giorni nostri. Fondati dal cantante Alexx Panza (grande carisma scenico – la sua voce ricorda un Lizzy Borden in anfetamina) fanno ardere il fuoco appiccato da Fil di ferro e Creeping Death nella città della magia. Il gioco delle due chitarre è micidiale con il ponte in Titan Glory di puro gusto maideniano, ma non solo, perché nella scaletta trova posto pure una cover dei Savatage. Vengono snocciolati quasi tutti i pezzi dell’esordio omonimo dell’anno scorso e dopo tre quarti d’ora ci salutano entusiasti. E noi con loro.

Azul Limão sono una garanzia. Dal Brasile con furore. Con loro abbiamo la prima band della serata catapultata direttamente dagli anni Ottanta ai giorni nostri. Attivi dal 1981, sono in piena forma. Di nuovo i Motörhead sono sugli scudi ma, come accade spesso, i brasiliani quando prendono in mano un genere oltre confine, lo trasformano in qualcosa di proprio, alla stregua dei giapponesi. Chi si ricorda Os Mutantes? Band brasiliana sul finire dei Sessanta che ha preso la psichedelia e l’ha fatta diventare un carnevale di Rio. Ovviamente qui siamo su altre coordinate, ma l’effetto è quello: sarà perché il portoghese è una lingua che ammorbidisce ed ingentilisce il tutto. Passano in rassegna una discografia polposa che vede in Barato Eletrico del 2024 l’ultimo nato. Pochi fronzoli, molta ciccia.

Schifosi, sporchi, cattivi, approssimativi, estremi. In una parola: meravigliosi. Gli Hellish Crossfire sono tutto questo. Qualcosa di simile a vedere i primi Venom nella Neat Records. Gli succede di tutto: chitarre saltate, attacchi sbagliati, tempi asincroni, ma, non sappiamo perché, anziché mandare in vacca il set, ci sembra tutto molto coerente. Vengono dalla Bavaria e dobbiamo concederci una riflessione: quando il thrash è arrivato in Europa intorno al 1984/85 è diventato qualcosa di veramente maligno. Coroner, Sodom, Celtic Frost, Kreator rappresentano qualcosa di oltre sul versante violenza sonora, più di Slayer, Exodus e compagnia estrema. Gli Hellish Crossfire continuano la tradizione. È inutile snocciolare il loro set: è stato un vomitorium, sicuramente il più cattivo della serata. Onore al male!

Con i Seventh Son si rivede una vecchia conoscenza, Brian Shaughnessy, che l’anno scorso ha partecipato al Vol II di In the Best Tradition in compagnia di Graham Oliver’s Army, un concerto che non ha fatto rimpiangere per niente il blasone Saxon. Ora Sir Shaughnessy è con la sua band originale, nata nel 1979 a Barnsley e, come un po’ tutte le band NWOBHM del periodo, sono stati colti da sfortuna e malocchio. Dopo un incandescente singolo del 1982 per la Rising Son Records, si affaticano a cercare di produrre il primo album, cosa che non avverrà, ahimé, prima del 1999. Ma la storia dell’heavy metal è soprattutto questo: non mollare mai. Anche quando il fato ti è avverso, quando tutto sembra e diventa impossibile. Stasera sono più in forma che mai ed il loro sound è strutturato sulla voce possente di Brian, anche se, lo dobbiamo dire, il confronto con il live act dell’anno scorso, purtroppo, non regge. Ovviamente a causa del songwriting (nei Graham Oliver’s Army militano due dei membri originali dei Saxon e portano in giro una scaletta dei loro primi album) ma anche a causa del ripescaggio dell’ultimo minuto: in breve, i Seventh Son hanno sostituito i sospirati Bashful Alley a causa della scomparsa del loro bassista John Whitehead (sigh!).

Signori, va in scena la classe: Quartz. Con tutti i membri originali al loro posto, ecco la leggenda. Poco importa se i capelli non sono più lunghi come negli anni settanta e i movimenti un pochino più lenti. Quando questi signori imbracciano i loro strumenti, vi fanno viaggiare. Nati nel 1977, si accaparrano le simpatie degli headbangers con Stand Up and Fight del 1980, vero tesoro semi-sconosciuto dei primi anni della NWOBHM. Da lì il gruppo sembra destinato al successo ma purtroppo non riescono a pubblicare un album all’anno, come era necessario nei famosi Ottanta. Arriva lo stallo con Against All Odds del 1983, poi, la rinascita, dopo trent’anni, con Back in the Band: Live and Revisited, dichiarazione di intenti di una band che non vuole mollare l’osso per nessun motivo. Il concerto è una grazia: nessuna sbavatura, nessun inciampo. Standing ovation per la cover di Heaven and Hell dei Black Sabbath, dichiarazione di appartenenza e segno di continuità.

I Jag Panzer, dagli Stai Uniti d’America, sono una istituzione. Molte persone presenti sono accorse a Martinsicuro esclusivamente per loro. Puro marketing americano, vendono un album con le loro foto al banchetto del merch. Portano in giro The Hallowed del 2023 ma non solo. Hanno una discografia talmente sconfinata che potrebbero suonare per ventiquattro ore, senza interruzioni. A differenza dei Quartz, i Jag Panzer non sono spariti negli anni Novanta, anche se la loro presenza nella decade d’oro heavy metal vede una sola pedina con Ample Destruction del 1984. Mostrano nervi tesi, muscolatura e vogliono lasciare il segno stasera. Fanno una scaletta da bere tutta di un fiato. Loro sono l’heavy metal di stampo americano, debitore della NWOBHM ma con connotati prettamente made in USA come Lizzy Borden e WASP. Non si sa per quale motivo non sono mai saliti sul carrozzone dei tour intercontinentali, che avrebbe dato loro più riconoscibilità e sicuramente avrebbe gonfiato il loro conto in banca, come è successo a tante band del periodo. Ma come dice la storia, devi essere nel posto giusto al momento giusto.

Dopo oltre otto ore di chitarre assassine, vertebre cervicali schiacciate e ronzii nel cervello ce ne ritorniamo a casa felici e contenti, ringraziando quella istituzione di convincimento che la vita, in fin dei conti, è proprio bella, chiamata In the Best Tradition Festival.

Per i più curiosi, concludo puntualizzando che Marco Bernardi (artista – vi invitiamo ad andare a trovarlo online) si riferiva al caffè, ma ci è sembrato talmente coerente con l’effetto che fa In the Best Tradition che abbiamo rubato una sua intuizione ed adattata ai nostri scopi.

Perdonaci Marco.

Con affetto,
Eugenio Di Giacomantonio