Gli Insider da Pescara danno seguito al loro “Land of Crystals” del 2000 e si può tranquillamente affermare che con “Jammin’ for the Smiling God” siamo di fronte ad un piccolo gioiello. L’album corregge il tiro rispetto al precedente, innanzitutto inserendo una drum machine così “vera” da sembrare suonata da un batterista in carne ed ossa (in fase di programmazione Piero Ranalli ha davvero superato se stesso); in secondo luogo, avvalendosi di una produzione ottima (unica pecca è l’artwork, non proprio riuscito) e del supporto dell’agguerrita etichetta indipendente Beard of Stars.
I confini si ampliano e le influenze sono le più disparate: dall’hard rock canonico di Sabbath e Hendrix all’heavy psych di Kyuss e Monster Magnet, passando per lo space rock di Hawkwind, Tangerine Dream e Ash Ra Temple e il progressive di Pink Floyd e Goblin.
“Divine Breath” apre le danze attraverso loop spaziali e un arpeggio orientale, che fanno da preludio all’esplosione di un wah-wah gigantesco e di un basso fragoroso. Le vocals di Sigly sono incisive, ben frapposte a parti di tastiere di ampio respiro, con Marco che rispolvera i suoni analogici dei Seventies. La seguente “Falling Down” è il brano più valido del lotto: ha grande impatto, una melodia di quelle che ti si appiccicano nel cervello, ma soprattutto unisce chitarre pachidermiche a trame di sintetizzatore e moog molto vecchio stile.
Il trip entra nel vivo con “Blind and Bloody Quietness”, avventura cosmica dal taglio space-doom, molto oscura nelle vocals e viceversa trascinante nel finale, una vera e propria invasione di wah-wah ed effetti spaziali. Il dischetto termina con la lunga e semistrumentale title-track, summa dell’Insider sound: atmosfere orientaleggianti, chitarre ciccione, basso e batteria ipnotici e synths mesmerici. Un viaggio unico.
Ultime indiscrezioni vedono i fratelli Ranalli già da molto in studio per dare seguito a questo grande lavoro. Speriamo di immergerci nuovamente in un’altra odissea sonora.
Alessandro Zoppo






