Cinquanta sfumature di doom all’Orion di Roma per la serata del 6 febbraio che porta sul palco del club di Ciampino i Messa, gli Shores of Null e i Doomraiser. Ufficialmente è una data del tour del gruppo veneto, in giro per l’Italia e l’Europa a promuovere The Spin, ma quando ci sono dentro formazioni come Shores of Null e Doomraiser, il sapore è diverso.
Purtroppo, come succede spesso e volentieri all’Orion, non si sente bene. Ed è un peccato perché siamo davanti a tre realtà italiane che non cercano un ascolto fugace e quindi non meritano una cattiva qualità del suono. Per fortuna, in tutti e tre i concerti, la resa migliora col passare dei brani. Sorvoliamo, invece, sui prezzi per le consumazioni al bar.
I Doomraiser aprono le danze alle 20:45 spaccate. Qui a bottega seguiamo e sosteniamo il quintetto romano dai tempi della demo Heavy Drunken Doom: era il lontano 2004. Dal vivo i Doomraiser restano una garanzia: uno degli esiti più potenti della scena nazionale. Nella loro proposta, sempre fisica e al tempo stesso spirituale, convivono in equilibrio lenta furia tellurica, vibrazioni vintage e teatralità metal.
La maggior parte del materiale proposto arriva dal loro sesto disco Cold Grave Marble, uscito nel 2024 per Time to Kill Records. È la nuova stagione dei Doomraiser e un ritorno al passato che conferma il loro status di culto assoluto del doom italiano. L’esibizione è impeccabile e si inserisce nella fase di rinascita della band, frutto di un lavoro intenso, collettivo e radicale.
Gli intrecci delle due chitarre, l’impatto imponente della sezione ritmica e le deflagrazioni dinamiche, su cui poggiano le tetre ed istrioniche melodie vocali, elargiscono un suono stratificato e appropriato a ogni sezione dei brani. Su tutti spiccano Cold Grave Marble (Winter Moon) e Life in Black, candidata numero uno a prendere il posto in scaletta dell’eterna The Age of Christ.
Gli Shores of Null ci mettono poco ad arrivare sul palco: tempo di un rapido cambio di scena e il gruppo è pronto ad offrire il suo mix romantico e disperato di gothic death doom britannico e svedese anni Novanta. Stasera la band non è in quintetto ma in sestetto: le chitarre sono addirittura tre, anche se l’acustica ne penalizza l’incidenza.
La formazione romano-pescarese suona per intero Latitudes of Sorrow, lo split con i finlandesi Convocation pubblicato alla fine del 2025 da Everlasting Spew Records. Dei tre brani, la palma di più intensa spetta a The White Wound, dedicata alla tragedia di Rigopiano. La performance è solida e sicura, a dimostrazione che gli Shores meritano il posto che hanno guadagnato nei festival italiani e internazionali.
Fortunatamente i suoni migliorano nella seconda metà dello show, dove il gruppo si concentra sulla vecchia produzione. Vengono ripescate Night Will Come dal loro primo disco Quiescence del 2014 e Donau dal secondo Black Drapes for Tomorrow del 2017. Da The Loss of Beauty del 2023, l’album della consacrazione, arrivano la bellissima The Last Flower, Darkness Won’t Take Me e My Darkest Years.
Dopo due esibizioni di grande effetto e professionalità, i Messa chiudono la serata offrendo ad un pubblico misto – ci sono tante donne e persone giovani accanto a fan più stagionati – il loro dark metal che parte dai Mourn di Caroline Wilson (chi si ricorda il disco pubblicato nel 1995 da Rise Above?) e arriva a Jex Thoth, passando per Sabbath Assembly e Devil’s Blood.
La tripletta d’apertura è affidata ai tre singoli di The Spin, il quarto album uscito nel 2025 addirittura per Metal Blade Records: Fire on the Roof, At Races e The Dress. A giudicare dall’accoglienza di spettatrici e spettatori, è la conferma che The Spin è stato il disco della svolta e dell’affermazione definitiva, anche presso un target di riferimento lontano da quello metal.
Non potrebbe essere altrimenti: i Messa fotografano l’istante, la società di oggi, l’Italia globalizzata. Raccontano come siamo davvero. Sono eleganti e raffinati nelle composizioni, impeccabili tecnicamente, “belli” nell’immagine che restituiscono dal vivo. Al doom rock claustrofobico degli esordi, caratterizzato da vibrazioni anni Settanta, fantasie chitarristiche blues e una voce eterea ed evocativa, si affiancano ora tonalità mediterranee e suggestive sfumature wave.
La scaletta è corposa e dopo Thicker Blood, ancora da The Spin, pesca da tutto il materiale del gruppo, sempre in bilico tra vintage e occult. Da Close, il disco che ha lanciato definitivamente i Messa nella scena heavy internazionale, vengono prese Pilgrim e Rubedo. Da Belfry, il loro debutto del 2016, arriva Babalon, con uno dei tanti riff azzeccati dalla band.
Immolation, Reveal e Void Meridian completano l’offerta tratta da The Spin, mentre il finale è gestito con una doppietta dal secondo disco, Feast for Water del 2018: Leah e Snakeskin Drape. Il concerto sembra finito, ma il pubblico è in visibilio e richiama i quattro che tornano in scena per un bis con Hour of the Wolf, tirata fuori ancora una volta dall’album d’esordio.
La data dell’Orion conferma che i Messa hanno visione e melodia, riff e voce, immagine e riconoscibilità. Possono piacere o meno, possono risultare freddi ed emotivamente distanti, ma è così che hanno acquistato una statura inedita per una band metal italiana: i Messa hanno messo a punto un meccanismo di precisione che funziona perché è sincronizzato alla perfezione sul battito del presente.
Alessandro Zoppo






